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13 febbraio 2012 1 13 /02 /febbraio /2012 08:04



Percorso effettuato: golena del Ticino dalla piazza di giro di Via Motta al ponte Giubiasco - Sementina.

Difficoltà: sentiero T1

Lunghezza del percorso: circa 10 Km.

Sforzo equivalente: 10 Km.

Durata (incluse le pause): 2 ore.

Si, siamo diventati pigri, e i muscoletti ne hanno risentito. Poi è arrivata l'aria siberiana, con temperature alla mattina di -8°C, e non tanto meglio durante il giorno. Impossibile salire, a Q2000 freddo pazzesco e vento sconsigliano di mettersi in marcia. Però bisogna sgranchirsi un po'... Decidiamo per una passeggiatina tranquilla, la più comune, conosciuta e frequentata dai bellinzonesi di tutte le età: la golena del fiume Ticino, che passa vicino a casa nostra. Si aggrega Marco, anche lui ha bisogno di rimettere in moto le gambe.

Non starò a descriverti l'escursione, piacevolissima, a parte l'onnipresenza del rumore del traffico, soprattutto dell'autostrada. Se abiti in zona, l'avrai fatta anche tu migliaia di volte. Per una volta ne aprofitto per fare il didascalico, e offrirti un po' di cultura, se vuoi.

Il Piano di Magadino è la zona pianeggiante di maggior superficie del Ticino, con i suoi circa 25 Km quadrati. Si estende da Bellinzona alla foce del fiume Ticino per circa 12 Km, e ha una larghezza media di circa 2 Km (tu che mi leggi da Parma o lì attorno, per favore, non metterti a ridere, tu che quando ti guardi attorno vedi circa 40'000 Km quadrati di Pianura Padana). Ha una leggera pendenza Est - Ovest (Q250 a Bellinzona, Q198 alla foce del Ticino).

La nascita di questa piana (geologicamente) è avvenuta in tre fasi: la prima fase è stata caratterizzata dalla formazione delle Alpi, dovuta alla spinta della placca tettonica africana contro il continente europeo.

La seconda fase ha avuto luogo durante le varie glaciazioni. Il ghiaccio ha scavato una vallata ad U, partendo più o meno da Biasca, scendendo fino a Bellinzona, poi girando verso Ovest e spingendosi fino a Sesto Calende, dove si trova la morena frontale del ghiacciaio, che fa tutt'oggi da sbarramento. Lo scavo è stato profondo, tanto è vero che il fondo valle originario scendeva fino a sotto il livello del mare (nel golfo di Locarno il fondo è a circa 100 metri sotto il livello del mare).

La terza fase è stata caratterizzata dal riempimento d'acqua di questo immenso scavo, riempimento che ha formato l'attuale Lago Maggiore (o Lago Verbano o Lago di Locarno), e dall'apporto di detriti da parte del fiume Ticino che hanno riempito progressivamente il lago (che una volta arrivava fino a Bellinzona) formando l'attuale Piano di Magadino. Nello stesso tempo altri fiumi hanno formato dei delta invadendo il lago, e il più notevole è quello del fiume Maggia; su questo delta troviamo le località di Locarno ed Ascona. Senza l'intervento dell'uomo tramite la sua estrazione di inerti alla foce del Ticino e della Maggia, il lago in qualche decina di migliaia di anni si sarebbe "rotto" in due: il delta della Maggia sarebbe arrivato dall'altra parte (a Magadino) formando un piccolo specchio d'acqua tra Tenero e Locarno, e il resto del Lago Maggiore partendo da Ascona (Interlaken, nel canton Berna, è un esempio di questo fenomeno). In questa foto si può vedere come il delta si sia incuneato nel lago.

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Fino alla fine dell'800 il fiume Ticino scorreva libero sul Piano di Magadino, variando continuamente il suo percorso, e formando di conseguenza una zona paludosa, dove prosperava la zanzara anofele, portatrice della malaria, malattia che era presente in Ticino per questo motivo. Spesso le pioggie torrenziali creavano buzze spaventose, che spazzavano via tutto lungo il loro cammino. La più famosa di queste fu la "Buzza di Biasca". Il 30.09.1513 il fianco del monte Crenone, posto appena dietro Biasca, franò, e i detriti chiusero completamente l'imboccatura della valle di Blenio. Il Brenno formò così un lago, profondo 60 metri e che arrivava oltre Malvaglia. Malvaglia stessa rimase sommersa, e dal lago fuoriusciva unicamente il campanile della chiesa. Il 20.05.1515 lo sbarramento cedette all'improvviso, il lago si svuotò di colpo, e le acque si riversarono lungo la Riviera, poi giù lungo il piano di Magadino fino al lago Maggiore. La quantità d'acqua fu almeno 100 volte maggiore di quella che uscì dalla diga del Vajont il 02.09.1963, e se hai visto i filmati di quella tragedia, puoi avere un'idea di cosa possa essere successo. Le acque spazzarono tutti i ponti che univano le due sponde del Ticino da Biasca fino alla foce del Ticino, e distrussero una parte della murata che congiungeva Castelgrande a Bellinzona con il ponte della Torretta (fonte: Wikipedia).

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Sul lago Maggiore deve essersi verificato uno tsunami, ma non sono riuscito a trovare riferimenti dei danni che deve aver causato.

All'inizio del '900 è stato formato il Consorzio Correzione Fiume Ticino (esistente tutt'ora), il cui scopo era quello di imbrigliare il fiume in un letto definito, rendere sicuri gli argini, e bonificare il Piano di Magadino per eliminare la malaria e rendere utilizzabile la superifice da parte degli agricoltori. Il Consorzio ha creato un letto stabile, con un sistema di doppi argini (le dighe sommergibili, poi una zona piana di alcuni metri, seguita dalle dighe insommergibili). Una volta incanalato il fiume, il territorio ha potuto essere bonificato e per diversi decenni è stato apannaggio degli agricoltori. Le vie di comunicazione sono state costruite ai margini del Piano di Magadino, e troviamo le due direttrici principali lungo il lato Nord (Gordola-Cugnasco-Gudo-Sementina-Bellinzona) e sul lato Sud (Quartino-Contone-Cadenazzo-Camorino-Giubiasco-Bellinzona). Il Piano è percorso prevalentemente da strade agricole. Il Consorzio Correzione Fiume Ticino attualmente si occupa della manutenzione delle dighe (ad esempio ripristinandole dopo eventi straordinari), della vegetazione lungo il percorso, e di dragare il fiume dove necessario.

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Unica zona paludosa rimasta è la "Bolla di Magadino", odiata dagli abitanti delle zone attigue per la presenza di zanzare che fanno incursioni in tutte le direzioni, ma indispensabile per l'ecosistema globale, dato che questo piccolo pezzo di territorio viene ampiamente utilizzato dagli uccelli di passo per sostare durante le loro migrazioni.

Dopo la II guerra mondiale il Piano ha iniziato ad essere oggetto di desiderio per le industrie, il commercio e le unità abitative, e la sua superficie ha iniziato ad essere erosa progressivamente, partendo dai lati verso il centro. Oggi sono presenti vari centri commerciali, industrie e quartieri residenziali che si sono spinti sul suo territorio, diminuendone la capacità agricola.

Esistono diversi progetti per salvaguardare l'integrità di questo territorio, come ad esempio la creazione di un Parco, ma tutti questi progetti si trovano a combattere continuamente contro le spinte commerciali e monetarie, e tra i due, si sa chi è il più forte...

La golena è percorribile da Biasca fino alla foce del Ticino su entrambi gli argini, e negli ultimi tempi, per promuovere la mobilità lenta, sono state costruite diverse passerelle pedonali che ne uniscono le due sponde. La più recente permette di raggiungere Bellinzona da Monte Carasso in un attimo.

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Una seconda, di un bel colore rosso (la vedi in fondo alla foto), unisce Carasso con il nuovo centro scolastico di Bellinzona, situato in zona Prato Carasso.

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Il Piano di Magadino è circondato da splendide cime, quali il Corno del Gesero, il Camoghé, la cima di Medeglia, ed il Tamaro sul lato Sud, mentre sul lato Nord troviamo la cima del Gaggio, la cima dell'Uomo, il pizzo Vogorno, il Sassariente, Cimetta, e un po' più avanti (già sul lago) il pizzo Leone ed il Gridone (o Ghiridone o Limidario). Tutte queste cime offrono una panoramica eccezionale sul Piano di Magadino, il lago Maggiore, e le cime delle alpi Vallesane. Questo il piano di Magadino visto dal Tamaro.

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Clika qui se vuoi vedere le poche foto della passeggiata (non che ci sia qualcosa di speciale).

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19 dicembre 2011 1 19 /12 /dicembre /2011 10:59



Percorso effettuato: Monti di Bedretto (Q1283) - alpe Arami (Q1446) - alpe Croveggio (Q1469) - alpe Valescco (Q1577) - alpe Cassengo (Q1624) - capanna Albagno (Q1864).

Difficoltà: sentiero T2 con due brevi passaggi assicurati con cordine.

Dislivello: 800 metri.

Lunghezza del percorso: 9 chilometri.

Sforzo equivalente: 17 chilometri.

Durata (inlcuse le pause): 8 ore.

Un mese di fermo macchina! Rita impegnata tutte le domeniche a correggere i lavori dei ragazzi per la scuola (e non sono lavori a crocette). Poi, durante la cenetta con Ewuska, Shantala e Chiara venerdi sera, parte l'invito da loro di fare qualcosa assieme per la domenica. Breve discussione, si potrebbe salire alla cima del Gaggio che offre una vista splendida in tutte le direzioni. Breve riflessione, e accettiamo.

08:10 Siamo saliti da Gorduno lungo tutta la valle omonima, arrivando ai monti di Bedretto, piccolo insediamento delizioso posto su di una terrazza naturale. Freschetto, il sole non ancora sorto (ma manca poco). Mentre gli altri infilano strati e strati di vestiti, mi sposto in un punto panoramico, e riesco ad immortalare il Bar e il Caval Drossa.

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Finalmente tutti pronti, foto di rito con Ewuska, Chiara, Fausto e Rita.

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Ci avviamo lungo la comoda forestale che porta all'alpe Arami, e sulla nostra destra il pizzo di Claro / Visagno ci informa che fra poco il sole arriverà anche da noi.

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Il cielo è semplicemente splendido e terso, fino a ieri c'è stato un po' di vento, tutto lascia presagire un panorama mozzafiato dalla cima. Dalla forestale possiamo già vedere la nostra meta odierna, la cima del Gaggio.

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08:45 La forestale termina, siamo all'alpe Arami. Rita ed io ci guardiamo, luogo delizioso per un pic-nic in estate. Grande prato quasi pianeggiante, bella vista, niente rumori dal basso. Un piccolo paradiso, insomma.

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Piccola sosta per rimettere a posto l'abbigliamento, il sole inizia a scaldare, e i muscoletti hanno attivato la circolazione. Poi svoltiamo a sinistra, per imboccare il sentiero che porta alla capanna.

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Sentiero splendido, entra nel bosco, morbido sotto i piedi: foglie in basso, aghi in alto. E mi stupisce vedere la betulla a questa quota, assieme ai faggi e ai larici. Questa conca deve essere ben protetta dal freddo, e avere una buon esposizione.

09:10 Il sentiero, invece di salire, è sceso, e bene anche. Arriviamo ad un grande canalone, dove finalmente possiamo attraversare, e ricominciare la salita dall'altra parte. Nell'ultimo tratto di discesa, due cordine ci aiutano nei passaggi più impegnativi.

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09:20 Ewuska, Chiara e Fausto hanno un passo da maratoneta, Rita ed io non abbiamo nessuna possibilità di tenere il loro ritmo. Ragazze che si mangiano 1800 metri di dislivello in una giornata senza battere ciglio, sono di un'altra specie. Quello che mi preoccupa però, è che guardandomi in giro noto velature varie in arrivo a bassa quota.

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E arrivano veloci, accompagnate da un venticello non proprio gradevole. Lungo la via passiamo diversi piccoli insediamenti, alpi non più utilizzati, ma che danno la misura dell'importanza di questa valle nel passato. Rustici diroccati ormai, che una volta rappresentavano una grande ricchezza, e la possibilità di sopravvivere.

09:50 Ewuska, Chiara e Fausto ci hanno attesi ad uno di questi alpi. E' ora di estrarre il cornetto integrale e la cioccolata, assieme al thé caldo.

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Ci guardiamo in giro, si vede già la capanna, ma la cappa è arrivata velocissima, sopra Q2000 praticamente è tutto coperto. Non mi attendevo un cambiamento così repentino.

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10:05 Ultimo alpe prima dello strappo finale, l'alpe Cassengo. Rita ed io abbiamo già deciso: se la meteo resta così, ci fermiamo in capanna e non saliamo al Gaggio, tanto non si vedrebbe niente.

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La capanna ormai è a portata di mano, mancano ancora solo 250 metri (beh, per me vuol dire quasi un'ora di salita). I tre dell'Ave Maria ripartono con il loro passo micidiale, e io, a testa bassa, mi accodo dietro Rita, che pur non andando a quelle velocità, mi surclassa in ogni caso.

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Il sentiero esce definitivamente dal bosco (peccato) e inizia ad inerpicarsi più deciso lungo la conca alla cui sommità si trova la capanna.Ascolto le gambe per verificare come tengano dopo un mesetto di immobilità: tutto bene, fanno fatica come è giusto che sia, ma non mostrano segni di affaticamento. Provo a vedere dove siano ormai Ewuska, Chiara e Fausto: invisibili, probabilmente sono già arrivati. A dire il vero non vedo più neanche Rita... In basso mi si apre la vista verso Arbedo. Lungo il percorso, alcuni tratti ghiacciati che richiedono cautela.

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10:55 Arrivo anch'io alla capanna. Un'oretta, come avevo calcolato. Movimento tutt'attorno, scopro che c'è un gruppo di persone arrivato ieri che ha pernottato. Nebbiolina bassa, vento umido e freddo, è un vero piacere entrare e scopire che la stufa economica sta già funzionando a pieno regime.

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La vista verso il Gaggio in effetti non invita molto...

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Dentro, umanità e cordialità. Uno dei gitanti si è appena fatto il caffé, lo offre anche a noi. Ci liberano un tavolo, ci sediamo e facciamo il punto alla situazione. Ewuska, Chiara e Fausto decidono di salire ugualmente fino al Gaggio: una giornata senza una cima è una giornata persa :-) Rita ed io li informiamo che restiamo al calduccio, a fare i pigroni. Partono, scaricando in parte gli zaini.

Rita ed io facciamo pranzo, chiaccherando in libertà con il gruppo, organizzatissimo. Il responsabile di cucina si mette ai fornelli, e parte nell'ordine: 1) la pasta al sugo per tutti, 2) la bracciola con l'insalata, e per finire in bellezza 3) il dolce, il tutto condito da vino e grappetta finale. Intanto osservo dalla finestra se riesco a vedere i tre in salita o discesa.

12:10 Si, eccoli lungo l'ultima cresta di salita, ormai sono quasi arrivati.

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Dove sei stato tu, dove sono stato io, prese in giro della serata precedente, l'allegria non manca. Fuori freddo e umido, dentro calduccio fisico e umano.

12:50 Sempre l'occhio attento che tutto vada bene, eccoli lungo la via del ritorno.

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Mentre sono fuori a controllare la meteo, arriva una signora salita da Mornera. Mi comunica che intende fermarsi per la notte, e rientrare il giorno dopo. Rita ed io siamo un po' preoccupati, hanno dato precipitazioni nevose per la notte, ed il primo tratto verso la bocchetta che porta alla valle di Sementina non è proprio agevole. Organizzata bene, con tanto di libro per la serata.

13:30 Ecco arrivare i tre. Hanno avuto un attimo di tregua che ha permesso loro di vedere per ben 500 metri attorno. Ma sono felici, e questo è ciò che conta. Si piazzano al tavolo, e fanno pranzo. Il gruppo intanto inizia lentamente ad organizzare il rientro, sparecchiare, pulire. Capanna pulitissima, tutto in ordine, lucido, economica e cucina a gas. Veramente un gioiellino.

14:00 Salutiamo tutti, auguriamo la buona serata alla signora che resta (mi ha poi scritto informandoci che non ostante la neve caduta, il lunedi era riuscita a rientrare a Mornera senza problemi), e ci avviamo. Fuori ha iniziato a nevischiare, e attacca già sul terreno. Macchina fotografica nel sacco per non bagnarla, bavero su, Rita mi dà un bastone, soprattutto per il tratto ghiacciato, che con la neve diventa ancora più problematico. Scendiamo con attenzione, il suolo è giallo e bianco. Nel sacco abbiamo le "sottosuole chiodate", caso mai...

15:15 Sotto Q1500 la neve ha cessato di cadere. La discesa è andata bene, ripassiamo i vari insediamenti, e ci ritroviamo al grande vallone. Chiedo a Rita di estrarre la macchina fotografica, dato che ormai non rischia più.

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15:30 Ed ecco la sorpresina della giornata: siamo praticamente a metà dicembre, abbiamo incontrato la neve, ghiaccio lungo la via, siamo a Q1400 circa, e guarda cosa trovo lungo il sentiero.

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Sentiero dalle grandi sorprese, deve essere molto bello anche in estate, più fresco rispetto alla salita da Mornera.

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15:50 Salita dopo il vallone, ci sfilacciamo nuovamente. Poi, arrivati all'alpe Arami riunione di famiglia, e percorriamo l'ultimo tratto (quello su forestale) quasi assieme.

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Quasi assieme: dato che si tratta di bella forestale, poco pendente, parto con il mio passo da pianura, e stavolta lascio io indietro gli altri, che non si accorgono neanche della mia assenza...

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Mentre scendo, dato che la macchina si è riposata, la faccio lavorare nuovamente. Camoghé...

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Gesero e Bellinzonese.

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16:05 Ed eccomi nuovamente ai monti di Bedretto. In pochi minuti arriva anche il resto della comitiva, sta imbrunendo, tempismo perfetto. Rientro lungo la discesa curvosa che porta a Gorduno, poi i saluti.

Ecco il profilo altimetrico dell'escursione.

Profilo
Clicka qui se vuoi vedere tutte le foto dell'escursione (non che ci sia qualcosa di speciale).

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29 settembre 2009 2 29 /09 /settembre /2009 20:35



Percorso effettuato: Monti di Savurù (Q1328) - Sentiero delle sculture - Alpe Domàs (Q1666) - capanna Brogoldone (Q1910) - Piz de Molinera (Q2288) e ritorno per la stessa via.

Difficoltà: sentiero T2.

Dislivello: 950 metri.

Lunghezza del percorso: 10 chilometri.

Sforzo equivalente: 20 chilometri.

Durata (incluse le pause): 7.5 ore.

Riferimenti: teleferica Lumino-Monti di Savurù, il "Sentiero delle sculture", capanna Brogoldone.

La montagna porta amici... Fabio, friulano verace, e trapiantato da poco in Ticino, mi contatta per poter esercitare una delle sue grandi passioni: la montagna. Ne vede molte qui, ma ne conosce ancora poche. Dopo qualche scambio di mail, gli propongo tre varianti, non troppo impegnative, in modo che anche la moglie Michela ed il figlio Erwin possano partecipare. Tutto organizzato, alla comitiva si aggiungono i fedelissimi Danila e Pierfranco. Ritrovo presso il solito parcheggio Coop, poi con meno mezzi possibili spostamento a Lumino, da dove parte la teleferica per i monti di Savurù: così facendo ci rispiarmiamo circa 1'000 metri di salita (e soprattutto di discesa).

10:15 Siamo tutti ai monti. Dato che la cabina può trasporare solo 4 persone, e impiega 12 minuti per il tragitto, abbiamo dovuto dividere il gruppo in due. Durante la salita noto brutte nebbioline prorompenti, ed un forte calo della temperatura a circa metà salita. La meteo ha annunciato sostanzialmente bello per la giornata, con possibili piovaschi nel pomeriggio, ma quello che vedo dal vetro della cabina è meno buono di quanto predetto.


Ci dovrebbe essere una bella vista sulla Mesolcina, ma dove non ci sono nubi, l'aria è fosca. Da qui vi sono due strade per arrivare alla capanna Brogoldone: una diretta, per gli amanti della salita pura e dura, pochi chilometri, e tanta pendenza. La seconda, denominata "Sentiero delle sculture" affronta lo stesso dislivello con pendenza minore, si sviluppa in buona parte nel bosco, e, come dice il nome, ogni tanto si incontra una scultura in legno a soggetto montano. Scegliamo questa via...

10:20 Appena partiti lungo il sentiero, ecco la prima delle statue.


Ti risparmio le altre (le ho fotografate tutte), ma se proprio sei curiosa/o le puoi trovare nell'album. Subito dopo, un cartello didascalico (ve ne sono molti lungo il sentiero, quasi tutti con la presentazione di un animale o pianta). Lo leggo, ed il mio rispetto per le tribù Apache, Comanche, Sioux e Uroni aumenta ulteriormente.


Il bosco è splendido, composto in prevalenza di faggi e castagni in questa parte, si trasformerà poi in pini e larici più in alto. C'è bisogno che ti ricordi che è periodo di funghi? Ai bordi del sentiero ne vedo di diversi tipi, non tanti da giustificare una "battuta di caccia", ma abbastanza per far felice la mia macchina fotografica. Non li conosco, ho difficoltà a digerirli (mi scombussolano il fegato), così li immortalo ma li lascio stare.




Nell'album ne trovi alcuni altri...

11:50 Il sentiero corre nel bosco senza difficoltà di sorta. Ci porta verso l'alto gradualmente, tra pezzi quasi piani e brevi salite impegnative: un percorso piuttosto adatto alle mie caratteristiche. Bellissimo, si può percorrere anche in estate, dato che è tutto all'ombra. I rari sprazzi aperti permettono la visione sulla sottostante valle Riviera, con Claro ed il suo monastero di clausura, Gnosca, Lodrino, Gorduno. Nel frattempo arriviamo all'alpe Domàs. Un unico edifico ancora intatto, il resto è tutto rovine...



Da qui parte il "Sentiero degli alpi", che passa tutti gli alpeggi del patriziato di Claro e porta fino al laghetto Canée (ci arriveremo, ci arriveremo). Corre quasi senza dislivello, a parte l'ultimo tratto per arrivare alla conca in cui si trova lo specchio d'acqua. Riprendendo la salita, invece, si prosegue per la capanna. Aprofittiamo del punto di vista, del sole, tiriamo fuori i cornetti e la cioccolata (ho scoperto che sono sempre apprezzati), e facciamo un piccolo rifornimento. Poi via nuovamente, non prima di aver fotografato il bellinzonese.


12:30 Il bosco mi regala gli ultimi sprazzi d'estate, sotto forma di fiori che non avevo ancora visto quest'anno. L'occhio sempre attento ai bordi del sentiero permette di vederne alcuni molto belli.


12:45 Senza patemi arriviamo al piccolo terrazzo della capanna. Una lieve sporgenza delimita il pianoro in direzione di Bellinzona, e la capanna dal basso non è visibile, ma se sai dove guardare lungo il versante della montagna, la trovi senza problemi. Mentre finiamo di salire, un bellissimo Border Collie si avvicina abbaiando: un po' di moine, la mano battuta sulla gamba tre o quattro volte, ed è ai miei piedi a farsi coccolare.



Stiamo per entrare nel recinto, e vediamo una scritta che ci ghiaccia "No pic-nic". Giriamo i tacchi, e ci piazziamo a sedere sulla roccia che fa da cresta anteriore del pianoro per il nostro pranzo. Terminati i panini, accompagno Erwin a vedere i cavalli e le galline.


In quel mentre arriva il Border con una mezza pallina in mano, la deposita davanti a noi, abbassa il muso... Messaggio chiarissimo, il nostro compito è lanciarla. Erwin inizia, e quattro secondi dopo la mezza pallina è nuovamente davanti ai suoi piedi. Beh, per farla corta, credo che abbiano giocato tutto il pomeriggio.

14:00 Caffé in capanna, che si fa, si va, non si va: l'ultima teleferica è alle 18:00, due orette per scendere, bisogna partire entro le 16:00... Decidiamo che Michela ed Erwin restano in capanna, Danila, Rita, Pierfranco, Fabio ed io proviamo a raggiungere il Piz de Molinera. Sono circa 350 metri di dislivello. Lasciamo i sacchi in capanna, tranne Fabio che prende il suo e fa lo sherpa per tutti, e partiamo.

14:10 Il sentiero sale abbastanza deciso, e il gruppo si sgrana come i chicci di un rosario rotto... Fabio ha messo l'overdrive, seguito a ruota da Danila e Rita. Pierfranco ed io (soprattutto io) restiamo indietro. Intanto la capanna è laggiù...


14:20 Forse sono lento anche a causa delle foto... Sotto un sasso, l'autunno fa capolino.


E Rita mi chiama a gran voce: una genziana. l'ultima probabilmente per quest'anno...


E come si fa a non fotografare il quarzo?


14:35 Oh si, dovevo salire al Piz de Molinera...


Faccio un po' di calcoli: 25 minuti per arrivare su... no, non funziona. Decido di attendere gli altri qui, rischio di far perdere l'ultima teleferica a tutti. Fabio e Danila partono per la via dritta e più breve, Rita invece prosegue lungo il sentiero, che la porta dietro ad una sporgenza, per svoltare poi a destra e camminare lungo la cresta fino alla cima. Non ostante la via più lunga, arriva solo pochi minuti dopo Danila e Fabio.

Mentre attendo, vedo due corvi imperiali volare leggeri: mmmmh, potrebbero proprio essere quelli che ho visto due settimane fa durante l'escursione del pizzo di Claro. In effetti il Pas de Mem è qui a poche centinaia di metri, ed il pian del Baitel appena oltre la cresta. Poi arriva uno stormo di cornacchie, i due corvi si innalzano. E per finire, un vssssssh vicino a me: un falco in discesa veloce, che si precipita verso il fondovalle. Fotografo tutto, ma senza lo zoom, il risultato fa pena. Si fa sempre più urgente...

Cavalletta che saltella, fermati! Ubbidisce.


Mentre Danila, Rita e Fabio scendono (Fabio per la via dalla quale è salito, Danila e Rita dalla via normale), lungo il crinale verso la Mesolcina appaiono due corna maestose: Fabio, Pierfranco ed io scrutiamo, dovrebbe essere uno stambecco. Provo a fotografarlo, ma è troppo distante... 

15:55 Siamo nuovamente alla capanna. Veloce discussione, decidiamo di scendere dalla stessa via dalla quale siamo saliti, per non sollecitare oltremodo ginocchia e quadricipiti.


16:25 In un attimo siamo all'alpe Domàs. Breve sosta, siamo ampiamente nella tabella di marcia.


E poi via nel bosco... 



Discesa senza storia, ma bellissima. Amo particolarmente camminare nei boschi, probabilmente in una delle ultime vite sono stato un Elfo.

17:40 Eccoci nuovamente ai monti di Savurù. Durante la discesa il sole è apparso deciso, le nuvole se ne sono andate, tanto per fregarci...


Per scendere questa volta dobbiamo dividerci in tre gruppi, dato che ci sono altri utenti che attendono il loro turno.

18:20 Nuovamente riuniti al parcheggio, foto ricordo di gruppo.


Giornata veramente deliziosa, percorso splendido, particolarmente adatto alle famiglie. Bella compagnia, e conoscenza con tre nuovi amici... Direi che il bilancio della giornata è estremamente profiquo.

Clicka qui se vuoi vedere tutte le foto dell'escursione (non che ci sia qualcosa di speciale).

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14 settembre 2009 1 14 /09 /settembre /2009 15:23



Percorso effettuato: Alp Stabveder (Q1948) - Pizzo di Claro (Q2727) - Lago Canee (Q2198) - Pas de Mem (Q2181) - Alpe de Mem (Q1950) - Pian del Baitel (Q1950) - Alp Stabveder.

Difficoltà: sentiero T3.

Dislivello: 1'400 metri.

Lunghezza del percorso: 14 chilomentri.

Sforzo equivalente: 28 chilometri.

Durata (incluse le pause): 8.5 ore.

Riferimenti: serie "Laghetti alpini della Svizzera Italiana", lago Canee

Nota: ho inserito questa gita nella categoria "Trekking molto impegnativo" per lo sforzo fisico richiesto (almeno per me) e dato che il sentiero, soprattutto scendendo verso il lago Canee e continuando poi fino al Pas de Mem richiede equilibrio e sicurezza nei propri mezzi.

Lo vedo al mattino quando esco di casa, mi accompagna mentre rientro, si staglia chiaro nella luce del mattino col bel tempo, e rannuvolato e incappucciato quando si apropinqua il brutto tempo: è il Pizzo di Claro (chiamato anche Visagno). Con i suoi 2727 metri, è la montagna più alta che si vede da Bellinzona città, e domina la valle Riviera fino a Biasca.


E' il primo ad innevarsi, e il suo cappuccio bianco marca meglio di un barometro. Ci dice quando sta iniziando l'inverno, e quando lo stesso è veramente terminato. La sua roccia chiara lo rende visibile e riconoscibile da molto lontano, e i bellinzonesi lo amano.

Non potevo non salirci... Ci sono diverse vie che danno accesso alla sua cima: si può salire dalla capanna Brogoldone, salendo da Lumino con la teleferica fino ai monti di Saurù, poi tutta la traversata fino ai suoi piedi, oppure salendo da Arvigo, in val Calanca. Il problema è che tutte le cartine che ho consultato mi danno come "itinerario alpino" l'ultima parte di sentiero per arrivarci, il che corrisponde ad un T3, se non un T4, e a me non piace rischiare. Fortuna vuole che Bruno (che avrei dovuto incontrare il 22 luglio 2009 alla capanna Pian di Crest) ha messo in calendario l'escursione, facendo da guida. Bruno sale pareti, organizza corsi di arrampicata per ragazzi, sicuramente riuscirà a portare anche me fino in cima.

Mi iscrivo, Bruno mi conferma che si tratta di un'escursione facile, è riuscito a mettere assieme un gruppo di 13 persone (ma questo non ci porterà sfortuna). Unico possibile problema: la meteo ha annunciato pioggie per il pomeriggio, ma si decide di tentare ugualmente. Rita putroppo deve rinunciare: sono iniziati i corsi scolastici, e ha ancora molto lavoro di preparazione da fare, così decide di sacrificare la domenica per mettersi a giorno.

07:30 Ritrovo al parcheggio all'uscita autostradale tra Grono e Rovedero, sulla A13. Ottimizziamo i mezzi, e partiamo alla volta di Arvigo, per salire poi lungo la forestale fino all'Alp Stabveder.

08:30 Eccoci pronti. La giornata si preannuncia bella, speriamo che quelli di Locarno-Monti abbiano sbagliato le previsioni. Il primo tratto lo percorriamo sulla forestale, dato che abbiamo lasciato le auto sotto l'alpe, che dista circa un chilometro.


08:50 Arriviamo all'alpe, che non è ancora stata scaricata. Il pastore parla solo tedesco, le mucche italiano. Chissà come faranno ad intendersi?


Da qui iniziamo la salita diretti verso la prima bocchetta. Il sentiero più breve, in questi casi, ha lo svantaggio di essere anche quello con pendenza maggiore. Non mi preoccupo troppo, sono circa 900 metri fino in cima, e ho calcolato tre ore per arrivarci. Il resto della comitiva parte davanti a me, e in pochi minuti vedo solo la polvere che si lasciano dietro.

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09:30 Il paesaggio è bellissimo, ma il gioco si fa duro. La pendenza non è mai sotto i 40°, e io arranco penosamente. Gli altri salgono come avessero le ali ai piedi.


09:45 Arrivo anch'io alla bocchetta, dove mi attendono (poverini, è una cosa che dovranno continuare a fare per tutto il giorno). Ho preso i cornetti di pane e la cioccolata per tutti, estraggo dal sacco, e mentalmente ringrazio: circa mezzo chilo in meno :-)


E li davanti a noi, il percorso della salita.


10:05 Ci rimettiamo in moto. Davanti a me, una pietraia con una pendenza da antigravità... Non cerco neanche di tenere il passo con gli altri, è roba fantascientifica. Passo dopo passo mi innalzo, ascolto le marmotte che fischiano, mi guardo attorno e vedo due corvi imperiali con le rematorie allargate per sfruttare il vento che veleggiano sopra la zona, per cercare di fare il pieno.


10:35 I miei compagni sono oltre l'orizzonte degli eventi. Salgo come una lumaca bernese con i freni tirati in retromarcia in salita. Poi, faro nella nebbia, qualcuno che dorme (o si riposa) su di un gran masso piatto. E' Cornelia, che per generosità propria, o su richiesta di Bruno, mi ha atteso.


Riprendo fiato, ripartiamo assieme, e mi semina nuovamente... Intanto mi gusto il Pizzo di Molinera, il Pas de Mem e il Pian del Baitel da cui rientremo questo pomeriggio (ma ancora non lo sapevo).


10:50 La salita è terrificante, Cornelia se ne va tranquilla. Mi sembra di essere una Mini Morris che fa la gara con le Ferrari e le mcLaren di Formula 1: nessuna chance.


11:00 Cornelia è un'anima gentile, mi ha atteso nuovamente: penso che mi starà maledicendo dentro di se.


Partenza per l'ultimo sforzo, non manca più molto alla cima. Passiamo accanto ad un canalone frastagliato impressionante.


In basso, finalmente, si inizia a vedere la zona del bellinzonese, anche se la foschia rende quasi indistinta la vista.


11:28 Tutti (tranne me) sono in cima. Bruno torna indietro un pezzetto per verificare se non sono scoppiato, e mi accompagna verso la croce di vetta.


Iniziano i dolori: il sentiero è stretto, con bella pendenza laterale. Poi in cresta, stretta, con strapiombo da entrambe le parti. Serro i denti, e vado avanti.


11:38 Sono in vetta anch'io. Gli altri, mentre mi attendevano, hanno guardato sfilare sotto di se Federico II detto il Barbarossa, i confederati diretti alla battaglia di Marignano, i Lanzichenecchi, la guardia papale, il cardinale (san) Carlo Borromeo di manzoniana memoria, che visitò tute le parrocchie del Ticino...


Ma non c'è tempo (per me) di godere della gioia della conquista: si è alzata una brutta nebbiolina, e si decide di prendere la strada del rientro velocemente, per evitare di doversi muovere tra le nuvole (siamo pur sempre a Q2727). Ingurgito velocemente un cornetto con un po' di cioccolata, e mi appresto a voltarmi per tornare da dove sono venuto. E no, non si scende di li, si scende di qui...


E' uno scherzo? La parete Ovest, quella che vedo da casa mia? Quella che se non è verticale poco ci manca? Il cuore salta almeno tre battiti... Gli altri partono come se stessero rubando il gelato ad un bambino, e li odio e li invidio. Bruno gentilmente mi fa da tutore. Gli chiedo di piazzarmi la macchina fotografica nel sacco (altrimenti ce l'ho sempre a tracolla), tanto giù di qui io di foto non ne scatto mica. La traccia è ancora coperta parzialmente di neve, e quasi gelata.

12:35 Ma passetto dopo passetto, strusciata di sedere dopo strusciata, arrivo anch'io alla sporgenza dove si sono fermati tutti per il pranzo. Oddio, loro sono già al caffé...


Sotto di noi, a ripagarmi dei quasi attacchi di iperventilazione, dei sudori freddi, delle maledizioni mentali che mi sono mandato, dei "chi me l'ha fatto fare", il lago Canee. E' semplicemente bellissimo. Non c'è vento, e le sue acque riflettono cielo, nuvole e pietra. Un colore intenso, blu. Ci devo portare Rita, non posso mettere la "X" sull'opuscolo se ci sono arrivato solo io.

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Poi guardo in su, da dove sono venuto...


Mmmh, la discesa dal Passo del Laghetto per tornare dal Cadabi addesso mi sembra un gioco da ragazzi.

13:10 Fine della pacchia: grossi nuvoloni sembrerebbero addensarsi da Sud, dando purtroppo ragione ai maghi delle previsioni meteorologiche.


Il sentiero a questo punto si fa stretto e rado, anzi, in diversi punti non c'è neanche. Dobbiamo scendere lungo una pietraia per risalire dall'altra parte, e svoltare verso sinistra in direzione del pizzo di Molinera. I miei compagni partono, e mi seminano allegramente.


13:40 Mi hanno atteso... Bella vista sul bellinzonese.


E via di nuovo. tra rocce e pendenze, poco sotto le creste di queste montagne che ho sempre visto dal basso.



Oooops, non vedo più i miei compagni, non so da dove siano passati, sentiero sul terreno non ce n'è, e di marche neanche. Mi imbrugo più di una volta, rendendo ancora più difficile il mio percorso.

14:00 La davanti compare il Pas de Mem e il pizzo Molinera. Almeno, non ho sbagliato strada.


14:10 E via di nuovo di cresta. Se non vomito oggi per le vertigini, non lo faccio più.


14:30 Siamo al Pas de Mem: che liberazione, passiamo la cresta e rientriamo in un grande catino che guarda verso la valle Calanca. tutto roccette, pietraie e piccole ganne, ma questo non è un problema.


Bruno vede che qui me la cavo bene, e chiede il permesso di partire per raggiungere gli altri. Via libera, ci sono le marche ogni 80-100 metri, nessun problema. Dopo meno di dieci minuti sono solo. Il silenzio attorno a me... Le gambe sono stanche, oggi ho fatto più dislivello di quanto ne faccia normalmente, e scendere dal pizzo di Claro ha messo a dura prova i miei quadricipiti, ma la testa comanda, e le gambe ubbidiscono. Per certe escursioni, non basta la resistenza fisica, ci vuole spirito, coraggio e forza di volontà. Davanti a me la prima delle due bocchette da passare per tornare al punto di partenza.


Sono stanco, ma mi godo questo pezzo di escursione. Mi piace camminare da solo (sono sempre stato un tipo un po' solitario), e ogni passo è come una stilla che assorbo e gusto. In alto ci sono sempre due corvi, magari gli stessi di stamane. Rari fischi di marmotte, probabilmente la maggior parte si è già ritirata per la dormitina invernale. Flora ormai poca, la breve estate montana è terminata da un pezzo. Ma il paesaggio... Aspro, spigoloso, forte, cambia ogni pochi passi, mostrando nuovi dettagli. Ogni passo in salita diventa sempre più duro, ma tengo ugualmente il ritmo, sennò ai miei compagni toccherà accamparsi per attendermi. Piccoli rivi scendono dalle pareti, con un bisbiglio, quasi temessero di far sentire la loro voce. Una lunga curva mi porta lungo questo primo bacino. Incontro quarzo, qualche raro fungo (sicuramente non commestibile), e i segni odorosi del passaggio delle mucche quest'estate. E' tutto equilibrio, fragile, il lichene che mi dice "qui è ancora pulito".


Le ore del meriggio sono sempre le più belle: normalmente si è già arrivati alla meta principale, non c'è più l'ansia della prestazione. Il tempo si dilata in nuove dimensioni, un secondo impiega mezz'ora a passare, e un'ora pochi minuti. L'orologio diventa uno strumento inutile (tanto è attaccato al passante dei pantaloni, non lo tengo al polso quando sono in giro a piedi), perché il respiro del tempo qui non coincide con quello meccanico delle lancette. E quando pensi sia passata un'eternità, ti accorgi di aver respirato una sola volta... E intanto la prima meta si avvicina.


Dentro di me penso "Ormai si saranno scocciati di attendermi, è tutto il giorno che li rallento. Probabilmente scenderanno diritti alle auto, e mi lasceranno un biglietto con scritto <buon rientro, siamo scesi con le nostre>" e avrebbero anche ragione. E mi accorgo che la cosa non mi darebbe nessun fastidio, anzi, sarei contento per loro.

15:30 Prima bocchetta superata. Davanti a me compare un paesaggio familiare: non manca molto alla seconda bocchetta, quella dove ci siamo fermati stamane per fare colazione.


Non faccio calcoli di tempi, quanto impiegherò impiegherò. C'è ancora luce almeno fino alle 19:15-19:30, da qui la strada la conosco. Poi, meraviglia delle meraviglie, guardando innazi, vedo delle persone... Mi hanno atteso!!! Meravigliosi!!! Ho ancora della frutta secca e della cioccolata, penso proprio che la tirerò fuori nuovamente :-)


15:50 Riunificazione. Sono gentilissimi, saranno qui da almeno mezz'ora, e non mi sfottono. Un po' di merenda, e ripartiamo per l'ultima discesa, fino all'alpe Stabveder.


E' necessario dirti che mi distanziano? 'cidenti, questi schumachano a tutto spiano. Vabbé, non c'è problema, arrivo sempre dove voglio arrivare. Dato che tanto resto indietro, tanto vale che almeno mi gusti il percorso, e scatti ancora qualche foto: ad esempio, dove termina la roccia ed inizia l'acqua...


Devo portare Rita in cima: me la sento di guidarla in salita e discesa da qui. Il giro verso il Canee, no, ci arriveremo da un'altra strada. Oggi ho "sofferto", ma devo ringraziare Bruno, ho spostato un po' più avanti i miei limiti.

16:40 Arrivo all'alpe Stabveder: stamane non mi ero accorto di quanto fossero belle le due costruzioni.


Dalmazio e Rudolf (che sono saliti in auto con me) mi hanno atteso. Mettiamo fuori il passo da Pianura Padana, e anche se gli altri sono un bel pezzo avanti, arriviamo alle auto quasi assieme.

17:00 E foto di gruppo prima di rientrare.


19:30 A casa, faccio uscire Rita con me sulla strada, per mostrarle parte del percorso (quello dalla cima fino al Pas de Mem). Guardo il Pizzo di Claro, e so che ci rivedremo...


Clicka qui se vuoi vedere tutte le foto dell'escursione.

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13 aprile 2009 1 13 /04 /aprile /2009 20:58



Percorso effettuato: Camorino (Q250) . Croveggia (Q950) e ritorno, passando dai "Fortini della fame".

Difficoltà: sentiero T2

Dislivello: 700 metri.

Lunghezza del percorso: circa 5 Km.

Sforzo equivalente: 12 Km.

Durata (incluse le pause): 3.25 ore.

Un po' di storia...

I "Fortini della fame" (in seguito li chiamerò "fortini") sono stati costruiti a metà del 19° secolo dalla Confederazione Svizzera, con lo scopo di prevenire una possibile invasione da parte dell'Austria (scomodo vicino che controllava il Nord Italia dal Friuli alla Lombardia), a causa di alcuni problemi "politici" intervenuti tra i due stati.

A quei tempi il Ticino (costituito da poco come cantone) viveva grazie all'emigrazione stagionale, e ai lavori di costruzione della rete viaria intrappresi dal Cantone. Il Piano di Magadino non era ancora bonificato (lo sarà soltanto all'inizio del 1900), e il cantone non era autosufficiente dal punto di vista alimentare. Il grano proveniva in gran parte dalla vicina Lombardia. In loco si coltivava la patata (il Merlot doveva ancora arrivare), un po' di riso, e dove possibile grano e frumento.

Dopo il fallimento dei moti del 1848 (ti ricordi le Cinque giornate di Milano?) il Ticino aveva dato ospitalità a diversi esuli italiani (beh, no, non erano ancora italiani in verità), e la cosa non era stata digerita bene dall'Austria, che vedeva il Ticino, e in generale la Svizzera, come uno stato da "lista nera" che sosteneva l'irridentismo lombardo (oggi si direbbe che sosteneva il terrorismo). Tra una cosa e l'altra, Radezky decise di bloccare le esportazioni di vettovaglie verso il Ticino e rimandare a casa i quasi 6'000 emigranti ticinesi presenti in Veneto e Lombardia. A questo aggiungiamo la malattia della patata che decimava i raccolti, e puoi immaginarti che la situazione non fosse facile. Da una parte mancava l'approvvigionamento alimentare, dall'altra mancavano le entrate finanziarie, e in più la popolazione del cantone era cresciuta all'improvviso... Una parte di quegli emigranti stagionali decise di partire definitivamente verso la California (era il periodo della corsa all'oro), ma gli altri avevano fame.

La Confederazione, temendo un intervento militare da Sud da parte dell'Austria, decise di costruire una linea fortificata (fu la prima, ne seguirono altre due) all'altezza di Camorino, con cinque fortini muniti di bocche di fuoco che dominavano il Piano di Magadino e il passo del Monte Ceneri (passaggio obbligatorio per salire da Lugano verso il Bellinzonese). Tutti e cinque uguali, con un piano terreno ed un primo piano, di forma rotonda. Furono chiamati "Fortini della fame" proprio per il periodo in cui furono costruiti. Chi vi lavorava, probabilmente, era tra i pochi che non avesse fame...

Nel 1947 la Confederazione donò i cinque fortini al Canton Ticino, con la clausola che il cantone si impegnasse a riconoscerli come patrimonio culturale e mantenerli in buon ordine... Sarà che ai regali non si fa troppo caso, sarà che avranno avuto ben altri problemi, sta di fatto che i fortini furono lasciati nell'incuria, e si degradarono velocemente, grazie anche alla partecipazione attiva dell'uomo.

Oggi i fortini vengono gestiti
dall'Associazione Fortini della Fame, che ne cura la manutenzione, la documentazione e il sentiero didattico che li collega.
Nel limite del possibile sono state ricostruite la parti bruciate, trafugate o cadute in rovina, mantenendo però l'architettura originaria. Ti consiglio una visita al loro sito (vedi il link sopra) su cui troverai trattati in modo più approfondito e competente i vari fattori storici, alimentari ed economici che portarono alla costruzione dei fortini.

Un'altra piccola curiosità storica, che pochi conoscono: nel 1848, con la nuova costituzione cantonale, si era posto il problema della sede del governo, che veniva rivendicata da Locarno, Bellinzona e Lugano. Stefano Franscini (famigeratamente noto tra gli alunni del cantone per aver introdotto la scuola dell'obbligo, che ai suoi tempi includeva le prime cinque classi elementari) aveva proposto, per tagliare la testa al toro, di creare una nuova città in cima al Monte Ceneri, e farla divenire la capitale (un po' come è stato fatto con Brasilia, nel nostro piccolo). La proposta venne cestinata, ma il problema restava. Venne trovata una soluzione salomonica-svizzera di concordanza secondo il motto "nessuno felice, ma tutti un poco scontenti", che prevedeva che il governo avesse sede in ognuna delle tre città per 10 anni, per spostarsi alla prossima, 10 anni e così via. Ogni trent'anni ogni città sarebbe stata capitale per 10 anni... La prima sede del governo fu l'attuale palazzo della Società Elettrica Sopracenerina (SES) a Locarno, affacciato direttamente sulla Piazza Grande. Dopo 10 anni il governo si trasferì a Bellinzona, come previsto dagli accordi. Alcuni anni prima del nuovo trasloco, l'amministrazione comunicò al parlamento ed al governo che non era più pensabile di traslocare nuovamente: la quantità di incarti, armadi, ecc. rendeva improbabile tale operazione. Fu deciso che non si sarebbe fatto un nuovo trasloco, per cui la sede del governo e dell'amministrazione restarono a Bellinzona, e non arrivarono mai a Lugano. I Luganesi non ce l'hanno ancora perdonata oggi...

E adesso passiamo ai fatti...

Pasqua, si sa, assieme a Natale è periodo di pianti di bilance... Così decido che il lunedi bisogna fare qualcosa, almeno per tacitare la coscienza. La meteo all'inizio della settimana non è delle migliori, per cui devo imbastire qualcosa che stia in piedi in qualsiasi caso. Stefano e Nicola, che vi erano stati con la scuola, mi avevano parlato dei fortini, però mi sembra un po' poco... Controllo sul mio DVD dei sentieri, e vedo che si potrebbe salire a Croveggia, piccolo alpe posto sopra Camorino, da cui parte la traversata che porta fino ad Isone. Discuto con Rita, e decidiamo di fare la passeggiata dei fortini, poi, se fa bello, saliamo a Croveggia e scendiamo con la teleferica, altrimenti andiamo a visitare la mostra di Ötzi al Castelgrande.

13:45 Tempo splendido, bilancia che piange, eccoci a Camorino. Là in alto si vede già il primo fortino.


Salendo vedo una delle piante che preferisco: ha dei fiori rosa stupendi: si tratta di un Cornus Florida (grazie Alvaro).


Il sole picchia, fa già caldo (ci sono almeno 23°) e camminare sull'asfalto non è proprio il massimo. Ad ogni modo in meno di un quarto d'ora siamo al primo fortino. La primavera sta colpendo dovunque, le forsizie hanno ormai perso i fiori, ed è l'ora dei ciliegi, dei meli, e tante altre piante splendide.


Da qui si inizia a godere di una bella vista sul Piano di Magadino (beh, era lo scopo per cui hanno costruito il fortino proprio qui).


Breve visita all'interno, dove la responsabile dell'associazione mi ha lasciato la busta con alcuni prospetti (speravo venissero più persone, ma si vede che la mia è l'unica bilancia che piange ). L'interno è spoglio, non vi sono più i manufatti originari. Troviamo i cartelloni didascalici (dal greco "didàscalein = ammaestrare, istruire), e la scala che porta al primo piano.


14:05 Riprendiamo la salita per portarci al secondo fortino. Notiamo due edifici che ci colpiscono per le loro peculiarità architettoniche. Il primo è completamente rotondo, molto bello.


Il secondo è una casa, in cui il legno ed il cemento sono stati uniti in modo che trovo superbo, con ampio uso del vetro. Da davanti...


E da dietro...


E da lì sopra ci guarda il secondo fortino...


14:20 Arriviamo al secondo fortino, che si presenta sostanzialmente come il primo. Da una feritoia del primo piano guardo verso il Locarnese: avevano veramente un bel controllo della pianura, soprattutto se si pensa che a quei tempi non vi erano praticamente edifici.


L'apparecchio fotografico mi ha fatto impazzire: continuava a mettere a fuoco uno dei due muri, una volta quello sinistro, una volta quello destro, lasciando sfuocato il Piano... Belli gli automatismi, ma qualche volta se ne farebbe a meno.

14:25 Ripendiamo la salita, e guardando verso il basso vedo una cosa incredibile. Guarda bene la foto, e dimmi, cosa c'è di così straordinario?


Beh. la risposta è semplice: ci sono due pendolini in funzione contemporaneamente. La domanda è se almeno uno dei due arriverà alla stazione di destinazione ...

Continuiamo il nostro percorso, che dopo un ultimo pezzo sulla strada carrozzabile ci porta finalmente nel bosco, al riparo dal sole. Ho già spazzato un litro d'acqua, e siamo in viaggio da meno di un'ora. Qui le cose si mettono male. Il sacco è quello leggero da 40 litri, sul fondo il K-Way dato che hanno annunciato possibili temporali pomeridiani, e sta diventando leggero troppo in fretta.

14:35 Arriviamo al terzo fortino, che porta evidenti segni di incendio. L'interno non è stato ricostruito, ed è quello che si presenta in condizioni peggiori.


Avanti, questa volta nel bosco (che sollievo).

14:50 Siamo al quarto fortino. Dopo la visita di rito decidiamo per una breve pausa, e tiriamo fuori il sacchetto con l'ananas a pezzi, scoperta recente e deliziosa per il palato.


Dal bel prato che circonda il fortino ci godiamo la vista sul Pizzo di Claro, il castello di Unterwaldo, e alle pendici del Pizzo il convento di clausura...


...la Cima dell'Uomo (a sinistra) e la Cima del Gaggio (a destra)...


...ed il Bellinzonese in generale. Da qui vedo anche Mornera, la capanna Mognone, Pian Dolce con la capanna Genzianella, tutti posti dove sono già stato.


Sul prato troviamo dei ranuncoli selvatici...


...e delle viole mammole...


...e per terminare degli anemoni bianchi.


15:10 Dopo la pausa, durante la quale abbiamo abbeverato un cane super assetato, riprendiamo il nostro cammino. Abbiamo deciso di lasciar stare il quinto fortino, che si trova su di una diramazione del sentiero principale, per iniziare la scalata verso Croveggia.


Si entra nel bosco di faggi, e su diversi alberi. appena sopra le radici (lo vedi nella foto sopra) vi sono i segni lasciati dai cervi quest'inverno. Sono scesi in basso, a causa della neve abbondante, e dato che non trovavano niente da mangiare, ci hanno dato sotto con la corteccia degli alberi, segno che erano veramente affamati. Bisognerà vedere se questi alberi ce la faranno, col tempo, a recuperare.

Il sentiero non sembra molto frequentato. Mi rendo conto che Rita ed io stiamo contribuendo, nel nostro piccolo, a tenere vivi questi percorsi. Continueranno ad esistere fintanto che vi saranno dei piedi che li calpestano, che tengono lontano il bosco. Mi chiedo quanti sentieri siano scomparsi perché non più frequentati, vie che i nostri nonni conoscevano come noi conosciamo le uscite ed i caselli delle autostrade. Un patrimonio di territorio andato perduto, vie non più battute, che portavano la gente da un luogo all'altro oltre i monti, nomi di paesi che molti avevano sentito solo nominare, e che restavano nell'immaginario collettivo. E c'era chi partiva all'avventura, senza i cartelli gialli che abbiamo noi oggi, senza le piantine topografiche, e da Fusio arrivava a Zurigo, da Lucerna a Roma (pensa alle guardie svizzere del Papa), seguendo percorsi che si sono persi. Sentieri misteriosi, non sai da dove partivano, non sai dove arrivavano, ma potevi percorrere tutta l'Europa.

15:25 Intanto siamo arrivati, senza saperlo, da amici. Lungo la salita incontriamo Alvaro con sua moglie, con il loro rustico. Ci offrono le due cose più belle: amicizia e acqua. Il viaggio va goduto anche con le soste, così accettiamo il loro invito per quattro chiacchere ed un bicchiere di acqua sorgiva. Faccio anche il pieno della mia bottiglia (grazie, grazie, grazie), e dopo una ventina di minuti ci rimettiamo in cammino.


16:15 Orecchio sempre teso, come un bravo cagnolino, sento frusciare accanto al sentiero. Tre lucertole si sono appena rintanate sotto un sasso. Mi metto in animazione sospesa, e dopo trenta secondi una decide che in fondo sono grosso, ma non pericoloso, e torna alla sua attivà precedente: riscaldamento solare.


16:30 Su, e su, e su, il sentiero è erto, pieno di foglia, ogni tanto si scivola. Rita è un vago ricordo all'orizzonte. Testa bassa per guardare dove metto i piedi, all'improvviso il bosco si apre. Sopra di me il cavo di una teleferica. Guardo in su, e vedo la stazione di monte di Croveggia: dai che sono quasi arrivato.


17:00 Rita mi ha atteso presso una piccola centrale dell'acqua potabile. Abbiamo fatto il pieno di zuccheri, dato che il serbatoio era quasi vuoto. Ancora poca salita, e finalmente il cartello giallo di Croveggia.


Sul cartello leggo "Isone": i piedi trampignano, vorrebbero andare. Passare la cresta, scendere dall'altra parte, poi via fino a Medeglia, risalire la cima di Medeglia, giù per l'alpe del Tiglio, e discesa a Cadenazzo. Urca, sarebbere bello, ma sono già le cinque del pomeriggio. Li tranquilizzo, comunico loro che prima o poi si farà. Mi mettono il muso, ma accettano.

17:10 Mi porto sulla passerella che dà accesso alla teleferica (bella rossa) che ci sta attendendo, per guardare verso il piano: vista splendida.


Penso a Mauro e famiglia, che sono alla capanna Cremorasco, quasi alla nostra stessa altezza, ma dall'altra parte della valle verso Ovest. In novembre avremmo dovuto andare a trovarli, ma la meteo stava sullo schifo con moto andante...

Il responsabile della teleferica di Camorino-Croveggia ci ha attesi (gli avevo comunicato venerdi la nostra intenzione di salire e chiesto gli orari), e ci accompagna al mezzo, con la sua splendida cagnolina


17:15 Durante la discesa mi godo la veduta sul Piano di Magadino ed il Bellinzonese. Rita riesce a vedere un capriolo, io sono troppo lento (le mie origini in parte bernesi si manifestano anche così). In compenso riesco ad immortalare tre alberi in fiore.


17:25 Eccoci al punto di partenza. Rifotografo il mio Cornus Florida, per chiudere il cerchio.


17:30 Rientro a casa di corsa, Stefano deve partire prima del previsto a causa delle code di rientro dal week-end pasquale al Gottardo.

Se vuoi vedere tutte le foto (non che ci sia qualcosa di speciale), clicka qui.

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6 aprile 2009 1 06 /04 /aprile /2009 10:55



Percorso effettuato: Mornera (Q1371) - bivio La Monda (Q1245) - Baltico (Q1083) - Belcorte (Q1014) - Pientina (Q1051) - Mornera.

Difficoltà: sentiero T2

Dislivello: 400 metri.

Lunghezza del percorso: circa 6 Km.

Sforzo equivalente: 10 Km.

Durata (incluse le pause): 5 ore (ce la siamo proprio presi comoda ).

Settimana durissima per entrambi, ma la meteo prevede bello per domenica. Non si può non andare, ma giustamente Rita mi dice "per favore, non strapazzarmi...". Così lunedi controllo con il DVD cosa si può fare senza andare lontanissimo, e nuovamente mi rendo conto che appena dietro casa, sulla costa esposta a Sud sopra Bellinzona, i nostri anziani hanno creato una rete di sentieri che unisce diversi insediamenti, utilizzati ai loro tempi come punti di appoggio. Vedo che partendo da Mornera è possibile fare un giro circolare non troppo impegnativo, ma che ci permette di godere del panorama sul bellinzonese. Progetto approvato, invio gli inviti, e Danila, Pierfranco, Laura e Fiorenzo rispondono "presente!". L'idea è di fare la passeggiata tranquilli, mangiare a Mornera, ed eventualmente salire fino al bacino artificiale creato per permettere agli elicotteri di approvvigionarsi di acqua in caso di incendio in montanga.

Il punto di ritrovo viene fissato presso il municipio di Monte Carasso, in prossimità dell'ex-convento ristrutturato, dove i posti auto non mancano.

08:45 Ritrovo al parcheggio, non appena tutti presenti via a piedi a prendere la teleferica per Mornera. La giornata si preannuncia buona, ma non ottima, con ammassi nuvolosi che scorrono in cielo, facendo temere un possibile temporale pomeridiano. D'altra parte non saremo mai troppo lontani da un punto di rifugio... Durante la salita si inizia a vedere il Piano di Magadino, con i suoi agglomerati urbani.


09:30 Siamo a Mornera, delizioso insediamento posto a margine della valle di Sementina, su di un pianoro a circa Q1300. Attorno a noi vi è ancora neve, Foto di gruppo prima della partenza, non si sa mai, Danila teme già una qualche sorpresa... Da Mornera eravamo passati il 24 agosto 2008 per salire alla capanna Albagno, ma oggi quell tragitto è decisamente sconsigliato, dato che alla capanna vi è ancora molta neve, e non abbiamo preso le ciaspole.

Mornera: Danila, Pierfranco, Fiorenzo, Laura, Rita
La temperatura è abbastanza gradevole, Ci incamminiamo verso Est, seguendo il sentiero che ci porterà in Baltico, insediamento al quale arriva una seconda teleferica che parte da Carasso. Guardandomi attorno, oltre la valle di Sementina, riconosco la capanna Mognone, dove siamo stati due settimane fa.

 
Nell'originale la si può vedere sul pianoro coperto di neve di destra. Il sentiero entra subito in un bosco formato prevalentemente da conifere, che emanano uno splendido profumo di resina. Dato che non siamo così in alto, sentiamo anche le campane delle varie chiese che ci ricordano che oggi si festeggia la domenica delle Palme: uno squillare continuo che viene da tutte le direzioni.Il sentiero in alcuni punti è ancora coperto di neve, ma niente di preoccupante (sempre meno che due settimane fa).


Stavolta sono indetro dato che qualcuno si deve ben sacrificare per scattare le foto!

10:20 Arriviamo al primo bivio "La Monda", dal quale si può salire alla capanna Albagno.


Noi tiriamo dritto, e arriviamo al piccolo pianoro della località, dove sostiamo per un po' di the caldo ed una barretta di cereali. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo, e ci vogliamo godere la passeggiata fino in fondo.


Da qui si inizia a vedere il Pizzo di Claro.


Abbiamo girato il versante marciando verso Est, ed inizia ad aprirsi davanti a noi la valle Riviera e la valle Mesolcina.


Purtroppo l'aria non è tersa, e si fa fatica a vedere a distanza.

10:35 Di nuovo in cammino, per il sentiero che ci porterà fino in Baltico.


Lungo tutto il percorso incontreremo diversi rustici riattati con grande amore, mantenendo le caratteristiche originarie, e valorizzando cìò che già era stato fatto.


Dopo un nuovo bivio verso la capanna Albagno, ecco comparire la cima del Gaggio, sulla quale eravamo saliti al 24 agosto 2008.


Con gioia mi rendo conto che ora riesco a riconoscere le località e le montagne dove sono stato anche da punti di vista molto diversi rispetto a quelli che me le avevano fatte conoscere: la cima del Gaggio non l'avevo mai vista da questa prospettiva, eppure mi è stato subito chiaro che si trattava proprio di lei. E già che ci siamo, ecco la cima dell'Uomo, con un sentiero T4 per arrivarci (chissà se la "conquisterò" mai).


10:45 Il sentiero adesso inizia a scendere deciso, e passiamo dalla località "Schirasca", marcata da una bella fontana. Tutta la zona è piena di serbatoi interrati, dato che l'approvvigionamento idrico di Monte Carasso viene fatto utilizzando le sorgenti in quota, e convogliando l'acqua fino al piano.


11:10 Eccoci in Baltico, alla stazione di monte della teleferica patriziale di Carasso.


Da qui la vista su Bellinzona è splendida. Riconosco casa nostra (immagino che i ragazzi saranno ancora a letto, a quest'ora), e i castelli, patrimonio dell'Unesco.


Bellinzona è costruita in un "budello" tra le due sponde delle montagne, e in passato era punto di pagamento di dazio per il transito. Per questo la città era stata cintata di mura, che tagliavano in due la valle, ed erano stati costruiti tre castelli (ognuno dei castelli ha tre nomi). Il più grande (guarda caso uno dei tre nomi è Castelgrande) è costruito su di un affioramento roccioso posto proprio in mezzo alla città, dal quale si controlla in modo egregio l'accesso sia da Ovest (Piano di Magadino) che da Est (per chi scendeva dal San Gottardo, dal Lucomagno e dal passo del San Bernardino). Oggi è la capitale del Ticino (ma quella economica è Lugano), e vi ha sede il governo cantonale.

11:30 Accanto alla fermata della teleferica abbiamo visto l'indicazione per un punto panoramico, Tolan a Q1128: non si può mancare di salirvi. In 5 minuti siamo in cima, e il piccolo sforzo è stato ripagato ampiamente. La vista è ancora migliore che dalla stazione della teleferica. Anche in questa foto c'è casa mia...


Non è che abbiamo battuto dei record di velocità: per arrivare fino a qui abbiamo impiegato un'ora e tre quarti, il cartello a Mornera dava 50 minuti: decisamente no stress.

11:50 Ci rimettiamo in cammino verso Pientina. Un cartello giallo indica la direzione, ma improvvisamente ci ritroviamo sullo stesso sentiero dal quale siamo arrivati: sbagliato. In effetti guardando dall'alto si vede un sentiero "appena" tracciato che resta alla stessa quota del cartello, ma senza indicazioni. Decidiamo che è quello il sentiero da percorrere (consultando anche la carta), torniamo indietro e lo imbocchiamo. Dato che questo sentiero passa due o tre punti stretti, alle famiglie con bimbi consiglio invece di scendere a Marna sulla forestale, per risalire poi a Pientina (sono pochi metri di dislivello).


12:10 Il sentiero scende lungo la costa, ed a un certo punto ci ritroviamo un passaggio un po' più impegantivo: il sentiero è molto stretto, il fondo con la neve, e sopra le foglie cadute con il vento. Con precauzione passiamo il punto, unica difficoltà di tutto il tragitto. Il bosco ha cambiato fisonomia, e dai sempreverdi siamo passati prevalentemente alle betulle. Sono "piccole", sembrano ancora relativamente giovani. Probabilmente questa zona una volta era tenuta pulita per la pastorizia, ma dato che più nessuno si occupa del territorio, il bosco sta riconquistando tutto.


12:20 Poco dopo il punto "critico" troviamo un bell'affioramento roccioso che induce alla pausa pranzo con vista sul bellinzonese: non sia mai detto che non ci lasciamo tentare. Pranzo standard domenicale con panini, frutta, acqua e the, e vista sul Camoghé (questa non si può acquistare).



13:15 Riprendiamo il viaggio, e arriviamo in località Belcorte a Q1014 (il punto più basso della passeggiata). La località merita veramente questo nome: praticamente tutti i rustici sono stati riattati, muretti a secco rifatti, orti già zappati: un'icona dell'ordine svizzero. Si vede amore e rispetto nel lavoro fatto, sicuramente sudore e fatica per ripristinare i terrazzamenti e le abitazioni mantenendo le loro caratteristiche esterne originali (dentro sicuramente saranno molto più comode di una volta, ma anche questo va bene).


I rustici sono disposti lungo il sentiero che porta a Pientina, uno dopo l'altro, e sembrano fare a gara a chi è più bello.


Le forsizie, che da noi sono già praticamente sfiorite, qui hanno raggiunto adesso il momento di massimo splendore.


13:30 Eccoci a Pientina, dove si trova una delle fermate della teleferica che sale a Mornera. Da qui dobbiamo risalire un po' più di 300 metri per arrivare nuovamente al punto di partenza, ma non ci passa neanche per la testa di mollare e scendere da qui: sarebbe un disonore.


Riprendiamo il sentiero in direzione Moncucco - Mornera, e la pendenza si fa subito impressionante. Danila e Pierfranco, come al solito, si trovano finalmente su di un percorso a loro congeniale, e partono ad una velocità megagalittica: in pochi minuti scompaiono davanti a noi. Noi, povere carrette, arranchiamo per scalini e radici, un passo dopo l'altro. Non ostante la fatica tengo d'occhio il lato del sentiero, e vengo ripagato da un bel fiore.


Tenendo le orecchie "drizzate", riesco a sentire, e poi individuare un ramarro verde che gioca a nascondino con me da dietro un albero.


13:50 Lungo la salita, come spesso succede sulle nostre montagne e sui nostri sentieri, un piccolo attimo di raccoglimento spirituale. La cappelletta è recente, ma tra qualche centinaia d'anni probabilmente sarà ancora qui, ad accompagnare con il suo augurio il viandante.


La salita qui è micidiale, si passa continuamente dall'esposizione al sole, con sudate incredibili, all'ombra dei sempreverdi, con neve sul sentiero, e folate di aria fredda che gelano la schiena. E' un bel problema tenere la termoregolazione: ogni tre minuti bisognerebbe infilare o sfilare qualcosa.

14:15 Sopra di me un rumore metallico: la cabina della teleferica. Forza, non manca molto.


Ancora neve sul sentiero...


14:30 Eccomi nella parte bassa di Mornera: una bella samoiedo richiede assolutamente la mia attenzione, con coccole ben piazzate. E già che ci sono, mi fermo a fare quattro ciacole con i due signori che sono con lei.


14:45 Nuovamente al punto di partenza. Se hai scommesso che sono l'ultimo ad arrivare, hai vinto! Entro nel grotto Mornera per un meritato caffé, gli altri sono già li che mi attendono. Poi esco ancora, ho visto dei crocus selvatici bellissimi, bisogna ri-testare il macro della macchina fotografica.



15:05 Danila, Rita ed io sialiamo alla piccola chiesetta aperta che si trova proprio sopra il grotto. Dò anche un'occhiata al sentiero che porta verso la capanna Albagno, e che ci condurrebbe al laghetto artificiale: niente da fare, troppa neve, si farebbe una fatica boia a salire. La chiesetta, nella sua semplicità, è deliziosa, e chi l'ha costruita o ristrutturata non ha risparmiato sulla quantità e qualità dei materiali.



15:30 Iniziamo la discesa. Ripassiamo Pientina, poi Corzütt (altra stazione intermedia), e arrivando a Monte Carasso abbiamo una bella vista sull'ex-monastero.


16:00 Foto ricordo del gruppo sopravvissuto ad una passeggiata deliziosa, sicuramente adatta anche alle famiglie con bambini (ma non in piena estate, si morirebbe di caldo).


Grazie Danila, Laura, Rita, Pierfranco e Fiorenzo per la vostra piacevole compagnia.

Se vuoi vedere tutte le foto (non che ci sia qualcosa di speciale), clicka qui.

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23 marzo 2009 1 23 /03 /marzo /2009 09:19



Percorso effettuato: San Defendente (sopra Sementina, Q633) - Monti di Boscaloro (Q998) - capanna Mognone (Q1462) e ritorno.

Difficoltà: sentiero T2

Dislivello: 850 metri.

Lunghezza del percorso: circa 6 Km.

Sforzo equivalente: 14 Km.

Durata (incluse le pause): 6 ore.

Un po' di cultura (se vuoi)

Il Piano di Magadino è la zona pianeggiante di maggior superficie del Ticino, con i suoi circa 25 Km quadrati. Si estende da Bellinzona alla foce del fiume Ticino per circa 12 Km, e ha una larghezza media di circa 2 Km (tu che mi leggi da Parma o lì attorno, per favore, non metterti a ridere, tu che quando ti guardi attorno vedi circa 40'000 Km quadrati di Pianura Padana...). Ha una leggera pendenza Est - Ovest (Q250 a Bellinzona, Q198 alla foce del Ticino).

La nascita di questa piana (geologicamente) è avvenuta in tre fasi: la prima fase è stata caratterizzata dalla formazione delle Alpi, dovuta alla spinta della placca tettonica africana contro il continente europeo.

La seconda fase ha avuto luogo durante le varie glaciazioni. Il ghiaccio ha scavato una vallata ad U, partendo più o meno da Biasca, scendendo fino a Bellinzona, poi girando verso Ovest e spingendosi fino a Sesto Calende, dove si trova la morena frontale del ghiacciaio, che fa tutt'oggi da sbarramento. Lo scavo è stato profondo, tanto è vero che il fondo valle originario scendeva fino a sotto il livello del mare (nel golfo di Locarno il fondo è a circa 100 metri sotto il livello del mare).

La terza fase è stata caratterizzata dal riempimento d'acqua di questo immenso scavo, riempimento che ha formato l'attuale Lago Maggiore (o Lago Verbano o Lago di Locarno), e dall'apporto di detriti da parte del fiume Ticino che hanno riempito progressivamente il lago (che una volta arrivava fino a Bellinzona) formando l'attuale Piano di Magadino. Nello stesso tempo altri fiumi hanno formato dei delta invadendo il lago, e il più notevole è quello del fiume Maggia; su questo delta troviamo le località di Locarno ed Ascona. Senza l'intervento dell'uomo tramite la sua estrazione di inerti alla foce del Ticino e della Maggia, il lago in qualche decina di migliaia di anni si sarebbe "rotto" in due: il delta della Maggia sarebbe arrivato dall'altra parte (a Magadino) formando un piccolo specchio d'acqua tra Tenero e Locarno, e il resto del Lago Maggiore partendo da Ascona (Interlaken, nel canton Berna, è un esempio di questo fenomeno).

Fino alla fine dell'800 il fiume Ticino scorreva libero sul Piano di Magadino, variando continuamente il suo percorso, e formando di conseguenza una zona paludosa, dove prosperava la zanzara anofele, portatrice della malaria, malattia che era presente in Ticino per questo motivo. Spesso le pioggie torrenziali creavano buzze spaventose, che spazzavano via tutto lungo il loro cammino, come ad esepio il ponte della Torretta di Bellinzona, o la famosa buzza di Biasca del '500.

All'inizio del '900 è stato formato il Consorzio Correzione Fiume Ticino (esistente tutt'ora), il cui scopo era quello di imbrigliare il fiume in un letto definito, rendere sicuri gli argini, e bonificare il Piano di Magadino per eliminare la malaria e rendere utilizzabile la superifice da parte degli agricoltori. Il Consorzio ha creato un letto stabile, con un sistema di doppi argini (le dighe sommergibili, poi una zona piana di alcuni metri, seguita dalle dighe insommergibili). Una volta incanalato il fiume, il territorio ha potuto essere bonificato e per diversi decenni è stato apannaggio degli agricoltori. Le vie di comunicazione sono state costruite ai margini del Piano di Magadino, e troviamo le due direttrici principali lungo il lato Nord (Gordola-Cugnasco-Gudo-Sementina-Bellinzona) e sul lato Sud (Quartino-Contone-Cadenazzo-Camorino-Giubiasco-Bellinzona). Il Piano è percorso prevalentemente da strade agricole. Il Consorzio Correzione Fiume Ticino attualmente si occupa della manutenzione delle dighe (ad esempio ripristinandole dopo eventi straordinari), della vegetazione lungo il percorso, e di dragare il fiume dove necessario.

Unica zona paludosa rimasta è la "Bolla di Magadino", odiata dagli abitanti delle zone attigue per la presenza di zanzare che fanno incursioni in tutte le direzioni, ma indispensabile per l'ecosistema globale, dato che questo piccolo pezzo di territorio viene ampiamente utilizzato dagli uccelli di passo per sostare durante le loro migrazioni.

Dopo la II guerra mondiale il Piano ha iniziato ad essere oggetto di desiderio per le industrie, il commercio e le unità abitative, e la sua superficie ha iniziato ad essere erosa progressivamente, partendo dai lati verso il centro. Oggi sono presenti vari centri commerciali, industrie e quartieri residenziali che si sono spinti sul suo territorio, diminuendone la capacità agricola.

Esistono diversi progetti per salvaguardare l'integrità di questo territorio, come ad esempio la creazione di un Parco, ma tutti questi progetti si trovano a combattere continuamente contro le spinte commerciali e monetarie, e tra i due, si sa chi è il più forte...

Il Piano di Magadino è circondato da splendide cime, quali il Corno del Gesero, il Camoghé, il monte Bar, ed il Tamaro sul lato Sud, mentre sul lato Nord troviamo la cima del Gaggio, la cima dell'Uomo, il pizzo Vogorno, Cimetta, e un po' più avanti (già sul lago) il pizzo Leone ed il Gridone (o Ghiridone). Tutte queste cime offrono una panoramica eccezionale sul Piano di Magadino, il lago Maggiore, e le cime delle alpi Vallesane.

E adesso passiamo ai fatti...

Dopo un'interruzione forza di due settimane, causata da impegni famigliari e attacchi influenzali indesiderati, la meteo per domenica prevede una giornata primaverile eccezionale. Propongo a Rita di esplorare un pezzetto di territorio "dietro casa", restando a basse quote, in modo da non dover utilizzare le ciaspole. Le mostro tramite la comunità hikr.org il percorso fino alla capanna Mognone e al rifugio Orino, posti nella zona sopra Sementina - Gudo, e la proposta viene approvata. Nel frattempo è arrivato il DVD dell'Istituo di Topografia Svizzero, che permette di pianificare i percorsi tramite PC, dando le distanze, i dislivelli, i profili altimetrici ed i tempi di percorrenza. Controllo il percorso: tutto a posto. Orami posso mettere in pensione cartine e curvimetro: questo programma fa tutto lui!!!

10:15 Eccoci a San Defendente, piccola frazione di Sementina posta a Q630. L'idea è quella di salire alla capanna Mognone, poi restando in quota arrivare fino al rifugio Orino, e tornare per la stessa via. La giornata è splendida, la temperatura gradevole, il sacco è già preparato come in estate.


Si inizia già ad avere una discreta vista sul Piano di Magadino, anche se la folta vegetazione mostra solo sprazzi della piana.


Il solito cartello giallo indica l'alpe di Mognone con un tempo di salita di 1 ora e 40 minuti. Io ho calcolato 2 ore e 40 minuti (300 metri all'ora), e il mio calcolo mi darà ragione. Stà gente dei sentieri ha preso Abele Bikila per calcolare i tempi: "Quanto ci si impiega a percorrere i 42 Km? Signore, abbiamo chiesto al nostro esperto, ci ha detto 2 ore e 15 minuti...". Magari lo chiedessero ad un essere umano, invece che a un maratoneta...


Il sentiero entra subito in un bosco composto prevalentemente da faggi, e pochi castagni, non ostante la quota non sia molto alta. Le gemme sono ovunque, ma manca ancora l'acqua. Iniziamo la salita con vestiario leggero, dato che la temperatura è gradevolissima.

10:45 Lungo il percorso incontriamo diversi ceppi che presentano evidenti segni di bruciature. Di qui molti anni fa deve essere passato il fuoco, ed il bosco ha avuto il tempo di riformarsi. Congiungendo idealmente i vari ceppi possiamo "vedere" la linea dell'incendio che sconvolto le pendici della montagna.

 
Lungo la salita troviamo diversi insediamenti abitativi ben tenuti, segno che la zona è ancora molto frequentata. C'è anche una strada consortile che sale verso l'alpe (senza arrivarci), e un bel filo a sbalzo di una teleferica per il trasporto del materiale.


Sull'altro lato del Piano di Magadino iniziamo a vedere le varie montagne che lo contornano, in particolare il "massiccio" del monte Tamaro, che segna il punto di svolta del lago.


11:00 Arriviamo ad un piccolo pianoro, con una terrazza aperta. Non abbiamo fretta, e decidiamo per una piccola pausa per gustarci la frutta secca ed il the, e lo spettacolo che ci si sta offrendo.


Oltre al Tamaro e al Camoghè, vediamo finalmente il Lago Maggiore, il Gridone ed il pizzo Leone (escursione del 15.11.2008).


Poco più in alto troviamo un ulteriore insediamento delizioso. Le nostre montagne sono piene di posticini di questo tipo, che ti fanno venire voglia di dire "mica male passare una domenica qui".


11:20 Dopo un bel quarto d'ora di pausa, riprendiamo la salita. Adesso, oltre l'alpe del Tiglio ed il monte Bar, si inizia a vedere la cima del monte Generoso.


11:45 Come al solito camminando tengo le orecchie "drizzate" per ascoltare i rumori ai lati del sentiero. Si pensa sempre che si tratti unicamente di foglie mosse dal vento. In realtà fermandosi e restando silenziosi, spesso si può vedere un ramarro, o una raganella. Questa volta la mia attenzione viene premiata dall'incontro con una "Vipera aspis atra", rettile piuttosto comune nel Sopra Ceneri, anche a quote elevate. Riesco a scattare tre foto della belva per la felicità di Grégoire, appassionato conoscitore di questi rettili. La puoi vedere sulla sinistra dell'albero. Non è stata molto cooperativa: continuava a nascondersi tra i fili d'erba. Non ho paura dei rettili, ma devo essere sincero: mi ha fatto piacere che lei si allontanasse.


11:55 Durante tutta la salita lo stambecco di famiglia denominata Rita mi ha surclassato, standosene sempre davanti. Per fortuna che è di buon cuore, e ogni tanto si ferma per attendermi.


12:00 Adesso si vede il Piano di Magadino quasi interamente.




La nuova macchina fotografica mette a disposizione un programma di "foto stitch", che dovrebbe permettere di "incollare" diverse foto che abbiano delle zone in comune, creandone una unica panoramica. Le tre foto sopra sono le candidate per il test. Ed ecco il risultato (è stato facilissimo, ha fatto tutto il programma).


Salendo, raso terra, troviamo un filo a sbalzo praticamente all'altezza del sentiero. Mi chiedo a cosa possa servire: sotto non ci passa il carrello della teleferica. Di sicuro, se non si fa attenzione, si rischia una brutta caduta.


12:10 Arriviamo ad una piccola bocchetta (siamo circa a Q1200) e, sorpresa sorpresa, troviamo neve sul sentiero. Con il caldo degli ultimi 10 giorni pensavo che orami a questa quota non ce ne fosse più: quanto mi sbagliavo...


12:15 Passata la bocchetta arriviamo ad un piccolo punto di sosta, con una fontana, ed un cartello didascalico del percorso che stiamo seguendo. Fuori una banana, un po' di frutta secca ed il the, prima di affrontare gli ultimi 300 metri di salita.


12:45 Ullallà. Dopo la fontana il sentiero è entrato nella valle di Sementina, tenendosi sul costone che volge a Est della montagna. Qui il sole non arriva quasi mai, ed il sentiero è ancora coperto di neve, fradicia, scivolosa e infida. Rallentiamo la velocità di salita, bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi. Concentrazione, un piede avanti, saggiare la tenuta, appoggiare, avanti con l'altro. Il sentiero è stretto, non c'è molto spazio di manovra. Questa proprio non me l'aspettavo... Rita, con i bastoni, fa da apripista. Per salire non li uso, ma decido che per scendere questo pezzo li tirerò fuori dallo zaino, dove normalmente fanno peso senza venire impiegati.


12:55 Questo pezzo della salita è stato veramente faticoso ed impegnativo, ma ecco che lassù il pendio si apre, e intravvedo il tetto della capanna... Siamo arrivati!!


Chiaramente Rita è già li che mi attende...


13:05 Hai visto? 2 ore a 40 minuti. Mi faccio assumere dall'Associazione Sentieri Escursionistici Ticinese per rifare tutti i calcoli dei cartelli gialli: lavoro piacevole, ma molto mal retribuito. Fuori ci sono almeno una ventina di persone, suddivise in vari gruppetti di 5-6. Entriamo nella capanna per pasteggiare con il nostro passato di verdura ed i panini, e facciamo conoscenza con un gruppetto escursionista comasco (tutti simpaticissimi) che conosce le capanne ticinesi meglio delle loro tasche. Ci offrono anche il caffé, quattro ciacole, e molti consigli di vita.


13:45 Pappa fatta, fuori a godersi lo spettacolo. Siamo a Q1462, ma sembra di essere ancora in pieno inverno, con tutta la neve che c'è. Inizio la carrellata di foto di tutto l'orizzonte. Sul lato Est vedo la zona di Mornera, il sentiero della valle di Sementina che porta alla capanna Albagno (passeggiata del 24.08.2008) e la zona della cima dell'Uomo.


Il Camoghé (a sinistra) il monte Bar (a destra del centro, passeggiata del 31.01.2009), la zona dell'alpe del Tiglio, e in basso Camorino.

Il lago Maggiore, il delta della Maggia, le isole di Brissago, il Ghiridone, il pizzo Leone e le alpi vallesane.


Il Tamaro, la catena che si protende verso il Lema (a sinistra), il passo del Monte Ceneri, e in basso la zona di Sant'Antonino e Cadenazzo.


Il corno del Gesero (a sinistra), il passo del San Jorio (si vede il sentiero che sale da destra verso sinistra), Pian Dolce (passeggiata del 26.10.2008), la valle Morobbia ed i Monti di Paudo.


Le altre te le lascio vedere tramite l'album fotografico...

14:45 Avrei voluto continuare fino al rifugio Orino (sarebbe stato il mio premio: alcuni Km praticamente in piano), ma il sentiero è innevato, e sull'altro lato la situazione non è migliore. Vediamo il rifugio dall'altra parte del vallone, ma è già relativamente tardi, e non è il caso di fare i bulli: in condizioni normali, tra andata e ritorno ci vorrebbero circa 2 ore, con la neve (a parte i rischi) sicuramente di più. Sarà per un'altra volta....


Iniziamo la discesa, e per la prima volta utilizzo i bastoni. La neve nel frattempo ha iniziato a ghiacciare nuovamente, e ci accorgiamo che è quasi più facile camminare "fuori pista", dove la neve cede ed il tacco fa presa meglio. Arriviamo nuovamente alla bocchetta, e come per incanto la neve sparisce. Purtroppo riappaiono anche i rumori della "civiltà", che erano spariti stamane quando avevamo passato questo punto.

16:15 La discesa è tranquilla, senza storia (come la salita, d'altra parte), e arriviamo a San Defendente. Prima di tornare a casa ci fermiamo ancora un attimo poco sotto il punto dove abbiamo parcheggiato, per fotografare la chiesetta, posta su di una terrazza con vista.



Mentre scatto le foto, arriva un gregge di capre che sta tornando alla stalla per la mungitura. Tutte bene in fila, ordinate e ubbidienti al richiamo della signora che si occupa di loro.


16:45 In moto per rientrare. I muscoletti (i quadricipiti in particolare) si lamentano per la discesa, ma ancora un paio di passeggiate come queste, e la ruggine invernale se ne sarà andata.

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26 ottobre 2008 7 26 /10 /ottobre /2008 21:30

Percorso effettuato: Monti di Paudo (Q975) - capanna Genzianella (Q1400) - Monti di Paudo.

Difficoltà: sentiero T2.

Dislivello: circa 400 metri.

Lunghezza del percorso: 6 Km.

Sforzo equivalente: 10 Km.

Durata (incluse le pause): 2 ore e 30 minuti.

Sabato scorso Rita ha acquistato un nuovo paio di scarponi, di un bel colore pistacchio (per le signore c'è sempre molta più varietà che per noi maschietti) e non vedeva l'ora di innaugurarli. Dato che abbiamo in programma di salire alla Genzianella con degli amici, le ho proposto di andare a fare un sopralluogo, in modo da renderci conto della ricettività della struttura.

14:30 Siamo al "parcheggio" lungo la strada che da Paudo porta ai Monti di Paudo. Da qui parte uno dei sentieri che porta fino alla capanna Genzianella, in località Pian Dolce. Nella notte c'è stato il cambio dall'ora legale all'ora solare, e ho calcolato che dobbiamo essere nuovamente qui entro le 17:00 per non trovarci al buio ancora per strada.


La giornata è splendida verso nord, mentre verso il Piano di Magadino e Locarno c'è foschia estesa. La temperatura è praticamente da "estate indiana", e ci siamo vestiti leggeri. Dato che il percorso è corto anche il sacco pesa molto meno del solito (solo 1 litro d'acqua invece dei 4 che mi porto appresso normalmente).

Salendo abbiamo una vista splendida verso la valle Riviera, nei pochi tratti in cui il bosco si dirada.


Guardando verso Locarno, invece, la situazione non è così ottimale...


Il sottobosco è coperto di foglie (per fortuna non umide), che impediscono di vedere il sentiero. Bisogna far attenzione a dove si mettono i piedi, poiché si potrebbe scivolare. Il bosco, non fitto, è composto prevalentemente di betulle, con i colori autunnali già indossati.


14:50 La pendenza è decisamente accettabile, e tengo il passo con Rita anche in salita. Passiamo uno spiazzo aperto, con fontana e tavolo per pic-nic, dove alcuni gitanti ci salutano cordialmente.

Continuiamo la salita sul crinale (molto ampio per la verità) che separa la valle Morobbia dalla zona di pian Laghetto. Il sentiero salendo comincia ad essere più visibile, e possiamo accellerare il passo.


15:20 Arrivamo a Pian Dolce: davanti a noi si apre una terrazza verde, delimitata da diversi rustici trasformati in casette da fine settimana. Il posto è incantevole, e decisamente adatto ad una domenica in compagnia, con bimbi appresso.


La capanna Genzianella è l'ultima in alto (e ti pareva). Da qui si può arrivare alla capanna del Gesero in circa due ore e mezzo. Saliamo fino alla capanna, da cui godiamo di una vista splendida. Ci godiamo il monte Gaggio e la cima dell'Uomo.


La vista verso la valle Morobbia e il passo del San Jorio è bloccata da un crinale sulla sinistra.


La capanna è aperta: la fiducia nei montari!!! Facciamo merenda sulla terrazza della capanna, poi entriamo per controllare l'organizzazione: cucina, lavatoio, saletta interna, dormitorio. Tutto quasi lillipuziano. All'esterno due terrazze, con tavoli in sasso e in legno. Decisamente la meta è adatta per salire con alcune famiglie in primavera, portando con se gli spaghetti ed il sugo per preparare il pranzo in loco, e godere di una giornata in tutto relax.


Guardando verso il basso vediamo l'antenna sita vicino al parcheggio da cui siamo partiti.


16:00 E' ora di partire, per non farsi soprendere dal buio. La discesa richiede attenzione per non scivolare a causa della quantità di foglie sul sentiero, ma in un'oretta siamo nuovamente al parcheggio.

Rita è soddisfattissima dei nuovi scarponi, che hanno superato il test. Tenuta perfetta, piede a suo agio, niente sudore (sono in Gore-Tex). 

Rientriamo a casa, e neanche 15 minuti dopo la partenza è buio: sembra che io abbia finalmente imparato a calcolare i tempi...

Se vuoi vedere tutte le foto della passeggiata (non che ci sia qualcosa di speciale), clicka qui.

Descrizione tecnica, con mappe e waypoints (ma con meno testo e foto)

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21 settembre 2008 7 21 /09 /settembre /2008 21:58

Percorso effettuato: Mornera (Q1200) - capanna Albagno - cima del Gaggio (Q2200) e ritorno.

Difficoltà: sentiero T2 da Mornera alla capanna Albagno, sentiero T3 dalla capanna alla cima del Gaggio.

Dislivello: circa 1'000 metri.

Lunghezza del percorso: 18 Km.

Sforzo equivalente: 28 Km.

Durata (incluse le pause): 8 ore.

07:00 Domenica 24 agosto 2008. Avremmo dovuto fare il giro del Cristallina, ma durante la settimana la meteo non era stata promettente. Sabato invece un forte vento da nord ha spazzato via tutte le nuvole, e le previsioni per domenica erano ottime. Qualsi all'ultimo minuto organizzo questa gita (che avevamo in agenda da diverso tempo), invitando Marco, Lara e i loro bimbi Ivan e Alice. Sveglia, colazione, e via in auto fino a Monte Carasso per prendere la
teleferica fino a Mornera.

08:30 Inizia la salita con la teleferica. Il forte vento in basso ci fa temere un viaggio ballerino. Invece, appena iniziata la salita, il costone della montagna ci protegge, e saliamo senza troppi patemi d'animo.

09:00 Siamo in Mornera, a 1'200 metri s.l.m. Accendo i due Walkie-Talkie, appena acquistati e caricati. Sembrano robusti, sono impermeabili, batteria ricaricabile, ma si possono utilizzare anche le pile a stilo AAA. Breve istruzione a Marco sull'utilizzo, poi via tutti quanti.

10:00 Il tempo è bellissimo, siamo appena entrati nella valle di Sementina. Il cielo è pulito come normalmente lo è solo in inverno, la visibilità quasi perfetta. Estraggo il nuovo binocolo, e mi guardo attorno: splendido


La vista in basso è eccezionale, e si comincia ad intravvedere il lago di Lugano.

11:15 Arrivo alla
capanna Albagno. E' una capanna piccola, ristrutturata di recente, e gestita prevalentemente da volontari. Scopriamo di conoscere in modo indiretto la signora presente (Marco invece la conosce bene). Alice (4 anni) è stata bravissima, e si è fatta i 550 metri di dislivello senza fare una piega: promette bene. Pranzo veloce, poi ci organizziamo per la salita. Lara ed Alice ci attenderanno alla capanna con uno dei due Walkie-Talkie, mentre Rita, Marco, Ivan ed io saliremo fino al Gaggio (circa 2'200 metri).

12:00 Partenza. Il sentiero si mostra subito molto erto, e ci porta fino ad una sella dalla quale si dirama il sentiero per la cima dell'Uomo e quella per il Gaggio. La vista verso il basso è splendida.


Lo sguardo spazia fino al Sottoceneri. Intanto il sudore aumenta: la giornata è particolarmente calda, non c'è vento, e la salita è impegnativa.

13:15 Arriviamo alla sella con la biforcazione. Il sentiero si fa più impegnativo. In realtà non c'è sentiero, ma solo le tracce bianco-rosso-bianco sul fianco della montagna. Là in alto vediamo la croce del Gaggio... Coraggio, ancora un piccolo sforzo.

14:00 Siamo in cima. Lo sguardo spazia dall'Adula fino al massiccio del Monte Rosa, passando per il passo del San Jorio, la capanna del Brogoldone, i due rami del lago di Lugano. Si vede la pista di Agno, e vediamo il luccichio degli aerei che decollano ed atterrano a Malpensa.


Ivan (9 anni) è stato bravissimo. Ha camminato come uno stambecco, senza mai smettere di parlare.


La vista è veramente splendida, così mi attardo a scattare ancora qualche foto.


Vediamo Arbedo-Castione, e l'imbocco della val Mesolcina. Dall'altra parte ci osserva l'Adula e la valle di Blenio.


Il pizzo di Claro decide di non essere da meno.


15:00 Iniziamo la discesa verso la capanna, dove ci attendono Lara e Alice.

16:00 Ripartiamo dalla capanna verso Mornera. Abbiamo le ali ai piedi: durante la giornata è salita una comitiva di una trentina di persone per pranzare in capanna, e temiamo che se non ci affrettiamo si crei una fila interminabile per i posti in teleferica.

17:30 Marco e Ivan scendono con la teleferica da Mornera, mentre io attendo Rita, Lara e Alice.

18:00 Arrivo a Monte Carasso, e rientro nella normalità di tutti i giorni.

Se vuoi vedere tutte le foto della passeggiata (non che ci sia qualcosa di speciale), clicka qui.

 

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Geolocalizzazione: Svizzera, Ticino, Sopraceneri, Sottoceneri, Leventina, Bedretto, Blenio, Riviera, Mesolcina, Calanca, Maggia, Verzasca, Onsernone, Muggio, Bellinzonese, Locarnese, Luganese, Mendrisiotto 

 

Interessi: trekking, escursioni, passeggiate, foto, natura, rifugi, capanne, flora, fauna, laghi

 

Percorsi: forestale, sentiero, transumanza, valico, passo, bocchetta, ganna