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10 novembre 2010 3 10 /11 /novembre /2010 11:10



Riferimenti: l'abbazia territoriale di Einsiedeln su Wikipedia, il sito dell'abbazia benedettina, il sito ufficiale di Einsiedeln (in tedesco), Svitto su Wikipedia,

Via dalla pazza folla per qualche giorno, abbiamo previsto diverse varianti, dato che il tempo non sembra essere molto stabile. In effetti una delle varianti ci viene comoda: visita all'abbazia benedettina di Einsiedeln, e a Schwyz, capoluogo del cantone omonimo.

Questa abbazia, fondata nel 934, è stata centro religioso e di potere durante tutto il Medioevo, e la prima parte dell'Evo Moderno. Grazie a lasciti, donazioni, eredità e conquiste, il suo territorio si estendeva su buona parte della campagna, sia verso il lago di Zurigo, sia verso il canton Svitto. A Svitto stesso avevano una proprietà con grande terreno. Era ed è sottoposta direttamente alla Santa Sede.

Per un buon periodo fu utilizzata dalle famiglie nobili per mandarvi i loro figli cadetti: dato che la successione avveniva tutta tramite il primogenito, che si prendeva tutto, ai figli cadetti non restava niente. Così li mandavano come frati ad Einsiedeln. Non devi pensare però che faccessero vita troppo monastica: avevano servi, terre, e probabilmente non disdegnavano qualche scappatella di varia natura. Tutto sommato, probabilmente non conducevano una vita troppo brutta, per i tempi.

In tempi più moderni i benedettini si sono dedicati alla docenza, specialmente a livello di ginnasio e liceo. Nell'edificio dell'abbazia si vede ancora la porta con l'indicazione "Gymnasium". Anche presso il collegio Papio di Ascona erano presenti fino alla fine degli anni '70.

Lo stile è quello tardobarocco, costruita a partire dal 1704, dopo diversi incendi e saccheggi. Al suo interno è conservata la cappella della Madonna Nera, che in origine era parte integrante della prima chiesa. Adesso la trovi quasi subito all'entrata, piccola chiesa nella chiesa.

Il borgo è sovrastato dall'abbazia, la quale si erge imponente in cima ad una breve salita, alla quale sia accede dalla piazza principale.

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Sul lato sinistro trovi la scuola, e in mezzo la chiesa che fa da asse centrale per il complesso. Lungo la via di salita, i soliti botteghini dei venditori di ceri, e amenicoli vari. Oggi, forse per la ricorrenza religiosa, quasi tutti chiusi. Entriamo nella chiesa, dove non si possono scattare foto, è in corso la funzione, così usciamo per non disturbare, e ci dirigiamo verso la scuderia.

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Ne hanno di cavalli: solo nello spiazzo ce n'erano una ventina... E probabilmente altri ancora all'interno. Lungo un lato trovi i locali per le attività manuali (maniscalco, sartoria, ecc.), che corrono per tutta la lunghezza dell'edificio principale.

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Poi scendiamo verso l'abitato, per un giretto. Le case che si affacciano sulla piazza, quelle di prima fila insomma, sono tutte decorate. Probabilmente c'era la lotta sociale per poter ottenere questi posti...

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Ci infiliamo in quella che sembra essere la via principale.

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Su entrambi i lati, negozi, negozi, negozi. Ma non quelli di una volta: no, moda, moda religiosa, arte religiosa, ricordi, ricordini, e così via. Più vado avanti con gli anni, e più mi rendo conto che religione ed economia vanno molto bene a braccetto, e che se Gesù ha scacciato i mercanti dal tempio, questi hanno trovato ancora più spazio fuori...

Dopo una breve sosta caffé - fetta di torta, possiamo finalmente visitare la chiesa. L'interno è splendido, i dipinti e gli affreschi tenuti in modo encomiabile. Due organi marcano la loro presenza a sinistra e destra dell'altare, e sono collegati, permettendo così ad organisti particolarmente capaci di suonare entrambe le tastiere da un'unica postazione.

L'interno, a differenza di molte altre chiese di questo periodo, è molto luminoso, e valorizza i bei dipinti presenti lungo le navate. Al centro, una cupola con vetri giallo-oro fa cadere un fascio angelico di luce sulla zona dove probabilmente si trovava l'altare originale.ora spostato molto più indietro, con alle sue spalle la cantoria.

Dopo la visita ad Einsiedln ci spostiamo a Svitto (Schwyz), uno dei tre cantoni che ha dato origine alla Confederazione Elvetica nel 1291. Anche qui l'abitato è dominato dall'alto da una chiesa, dedicata a San Martin. Costruita nel 1728-1729, alla sua sinistra ha una scuola, mentre sulla destra si trova la sede del governo cantonale.

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Purtroppo l'entrata della chiesa, pregevole per i suoi stucchi, era chiusa casua lavori di manutenzione... Mi capita un po' troppo spesso.

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Sopra Svitto trovi il Grosser Mythen, montagna a cucuzzolo (non so se sia scalabile) dalla quale si deve godere di una vista eccezionale su tutta la Svizzera Centrale.

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Scendendo verso la piazza principale troviamo l'edifico ed il parco appartenuti all'abbazia di Einsiedeln. L'architettutra sembra ancora quella originale, ed il grande parco è tutto cintato: niente visita.

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Terminiamo il nostro giretto, dopo aver passato un po' di viuzze, sulla piazza principale. Il sole ha deciso di farci un regalo, ed è uscito deciso, permettendoci di bere un caffé all'esterno.

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Terminato il caffé, quasi mi faccio investire per fotografare questo splendido edificio.

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Clicka qui se vuoi vedere tutte le foto: stavolta sono poche, e decisamente non di buona qualità.

 

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20 luglio 2010 2 20 /07 /luglio /2010 20:36



Riferimenti: "L'isola d'Elba" su Wikipedia, "Napoleone" su Wikipedia, "Il monte Calamita" su Wikipedia, "La villa di San Martino" su Wikipedia, "Musei dell'isola d'Elba", "Cruising Club Svizzero"

Ci eravamo stati nel settembre del 1988, con Stefano nel pancione. Ricordo di tregenda traghettistica, con due ore di coda a Piombino sotto la stecca del sole. L'avevo rivista nel maggio del 2006, quando con il "Cruising Club Svizzero" (CCS) avevo fatto una crociera in barca a vela di una settimana nell'arcipelago toscano. Mi era piaciuta entrambe le volte, ma il ricordo del traghetto... Quest'anno ho preso il coraggio a due mani, e ho proposto a Rita di tornarci. E' andata decisamente meglio, anzi, direi alla perfezione, almeno dal punto di vista del traghetto.

Non sto ad annoiarti con descrizioni antologiche di questa isola che trovo bellissima. Terra di minerali ed escursioni, tra cui la Grande Traversata Elbana (è in carnet), buona parte del suo territorio è inclusa nel parco dell'arcipelago toscano. L'idea tra l'altro, era di andare a zonzo al mattino, e abbronzarsi al pomeriggio. Povero illuso: temperature dantesche con livelli di umidità piuttosto elevati ci hanno sconsigliato immediatamente di mettere gli scarponi, pena un colpo di calore di quelli tosti.

L'isola offre diverse chiavi di lettura per una visita: quella turistica in primo luogo, con golfi e callette deliziosi, ma anche grastronomiche, storiche, culturali e minerarie. Alcuni centri posti "in alto" (il monte più alto, il Capanne, ha una quota di 1'018 metri sul livello del mare) come Marciana, Poggio, Campo, Capoliveri fanno da punto di aggregazione per le località marine. Nel 2006 avevo visitato unicamente le località a mare (Marciana Marina, la baia della Biodola, Portoferrario e Portoazzurro), così ho proposto a Rita di puntare sull'entroterra.

La prima visita è stata quella al borgo di Portoferrario. Dominano le grandi mura della fortezza dei De' Medici, che assieme al Giglio avevano in quest'isola uno dei loro bastioni. E su, vicino al faro, una delle due residenze di Napoleone durante l'esilio di circa 11 mesi. Arrivando la prima vista è quella del porto turistico, con le vecchie case affacciate sullo specchio d'acqua, e l'abitato che sale gradualmente verso il poggio del faro.

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Nel porto, barche di tutti i tipi, dalle piccole a vela per un'uscita di una giornata, ai panfili da trenta metri. Ogni sera, quando ci siamo andati per la passeggiatina (ma che borghesotti...) quelle a vela me le sono mangiate tutte con gli occhi. L'abitato si sviluppa a strati paralleli, salendo progressivamente. Sotto il sole battente di luglio, percorriamo le stradine.

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Ce la prendiamo comoda, e infiliamo il naso in ogni dove. La biblioteca (probabilmente un ex-convento).

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Il faro.

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Macchie di colore: sono buganvillee, che da noi restano nane, ma che qui vegetano in modo incredibile.

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Al culmine, un vecchio quartiere (bisogna pagare per visitarlo) che offre la vista quasi a 360°.

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Ed ecco uno dei due musei creati nelle abitazioni di Napoleone.

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Terminato in alto, ci riportiamo a livello del mare. Nel viottolo dell'Amore, un'insegna attrae la mia attenzione.

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Prendo Rita, passiamo l'androne, e ci ritroviamo in un piccolo angolo di paradiso. Bar sotto il pergolato, mini spiaggia sotto di noi, niente rumori se non la risacca del mare. Unico problema, il pessimo tempismo: il bar è chiuso (ha orari d'apertura tipo gli uffici).

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Se passi di li, vai a berti un caffé o una birra. E' aperto al pubblico, ne vale veramente la pena. Terminiamo il giro salendo verso i bastioni, ma sono le 13:30, e fa troppo caldo per resistere all'aperto, così battiamo in ritirata. Prima di giungere all'auto, uno splendore bialbero che mi fa sognare di lunghi viaggi...

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Due giorni dopo ci rechiamo alla residenza principale di Napoleone. Si tratta di due edifici, uno adibito allora a zona di ricevimento, con teatro e grandi saloni, e di un secondo, posto più in alto, che era il domicilio vero e proprio di Napoleone. Il tutto si trova a San Martino, a pochi chilometri da Portoferrario.

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Gli inglesi, la prima volta furono molto gentili con Napoleone, e lo mandarono all'Elba, praticamente nel giardino di casa. Vi arrivò nell'aprile del 1814. Le comunicazioni con la Francia erano veloci da qui (diciamo un due giorni di navigazione, forse meno), e Napo tenne contatti serrati con i suoi amici in patria. Nel marzo del 1815 rientrò, ebbe i suoi 100 giorni, e fu sconfitto nuovamente. Gli inglesi avevano capito l'antifona, e la seconda volta lo inviarono nell'isola di Sant'Elena, a distanza di sicurezza...

I due edifici sono stati trasformati in museo. Quello sottostante, al momento in cui l'abbiamo visitato, conteneva una galleria dei dipinti di Charlotte Buonaparte, nipote di Napoleone (figlia del fratello Giuseppe). Le sale si presentano con il tipico stile Impero, asciutto, sobrio e grandioso nello stesso tempo.

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Buona parte dell'edifico non è agibile (teatro e altri locali). Personalmente ho trovato un po' caro il costo del biglietto per quanto presentato, ma tant'è... La ragazza ci sapeva fare, e diverse delle sue tele e disegni mi sono piaciuti assai (non sono uno specialista d'arte, vado a pelle).

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Chiaramente ho dovuto combattere con il riflesso del flash sui vetri delle cornici, ma sto iniziando ad imparare.

Usciti dalla mostra si sale accedendo ad una prima terrazza, che offre già una bella vista verso Portoferraio.

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Una seconda serie di scale porta alla residenza. Nella stessa vi è ben poco di Napoleone: la maggior parte dei pezzi esposti sono stati prodotti successivamente, con lo stile Impero, e per questo inclusi. In tutto vi sono unicamente sette locali, il più grande la sala egizia, che fungeva da sala da pranzo.

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Ai muri dipinti di tendaggi "trompe-oïl". E il letto di Napo: veramente corto, doveva essere proprio piccolino...

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Trovi le altre stanze nell'album fotografico. E dalla terrazza, lo sguardo malinconico del terremoto francese, verso il mare.

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L'ultima visita l'abbiamo fatta Capolìveri (accento sulla "i"). E' un bel borgo, una volta sede di minatori che lavoravano in particolare al monte Calamita (un nome, un programma). Tra l'altro, se guardi le carte nautiche della zona, potrai notare che in prossimità dell'isola d'Elba la declinazione magnetica è abbastanza importante. Tra ematite, pirite, magnetite e materiali vari di ferro, ce n'è abbastanza per far perdere la bussola a qualsiasi navigante.

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Il borgo ha una forma di mezzaluna, e offre la vista su Portoazzurro. Lungo le vie, nei punti strategici, residuati delle miniere, come questi carrelli per il trasporto del materiale.

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Ma ci sono anche sonde per il carotaggio, pompe per evacuare l'acqua, e tanto altro. I vicoli sono abbastanza stretti, con le botteghe che si affacciano direttamente sulla via.

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Diverse piazzette fanno da centro di aggregazione della vita comunitaria.

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Inutile che ti dica che il tutto è piuttosto turisticizzato... Bella la chiesa, sobria, con un organo degno di nota. Diverse statue, e un lavoro su vetro: senza flash, 1.2 secondi di esposizione, e non è mossa: ho ancora la mano ferma :-)

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E piccola chicca, un museo dell'arte mineraria: due locali con esposti pezzi di forgia per i ricambi dei macchinari, e tele imperniate sul tema del lavoro del minatore. Il tutto in dimensioni lillipuziane.

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Ingresso gratuito... La zona sottostante, degradando verso il mare, è soggetta a edificazione intensiva, e sta perdendo l'unità architettonica ed urbanistica della zona originale. Non proprio un bello spettacolo. Restano però scorci di mare, e grida di gabbiano, che ti fanno perdere il cuore come a Legolas.

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E bevendo una bibita fresca, l'invidia per questa cactacea, che abbiamo a casa anche noi, ma con 20 centimetri di circonferenza.

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Clicka qui se vuoi vedere tutte le foto (non che ci sia qualcosa di speciale).


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26 ottobre 2009 1 26 /10 /ottobre /2009 20:21



Li dove il lago par prendere forma di fiume, e le sponde vicine permettono di vedersi da una riva all'altra, dove il ghiacciaio del San Gottardo arrivò, spingendo la sua morena frontale a chiudere l'immenso scavo che aveva compiuto, e dal quale sarebbe nato il lago Maggiore, lì trovi Angera. Arona di fronte a lei, e appena un po' più a Sud trovi Sesto Calende, con le sue chiuse, piccolo manufatto umano che da solo è capace di innalzare o abbassare il livello del lago di 2-3 metri.

E' zona della famiglia Borromeo, questa, che per secoli vi hanno imperato. Conosciuto da tutti è Carlo Borromeo, santo, cardinale di Milano durante la peste di manzoniana memoria, che ha percorso tutto il Ticino, con i mezzi di allora, raggiungendo ogni località, anche la più discosta nell'ultima valle. Viaggio apostolico di proporzioni epiche, per i mezzi, lo stato delle strade, i pericoli, che nessun altro cardinale ha mai più compiuto. Ancora oggi, in cima alla valle Bavona, San Carlo, ultima località. E il suo nome, a distanza di 400 anni, è ancora ricordato e venerato dal Ticino cattolico, quel Ticino baluardo contro l'eresia di Lutero, Zwingli e Calvino, che imperversava appena oltre il passo del San Gottardo. Quell'eresia che aveva fatto si che dopo il Concilio di Trento del 1515, i cattolici ticinesi dessero l'aut-aut ai protestanti: "O vi convertite al cattolicesimo, o ve ne andate", ancora gentile per quei periodi. E le famiglie Orelli di Ascona andarono a Zurigo, e con loro molte altre, privando ed impoverendo il Ticino di cultura, conoscenze ed altre ricchezze, le loro terre confiscate, e gli Orelli che a Zurigo fondarono una delle case tipografiche più importanti della Svizzera, la Orell-Füsli.

Qui, dove le prealpi declinano in lievi cime, aprendosi alle colline del Monferrato, e il clima è mite, i limoni fioriscono e danno frutti, e così pure gli ulivi, la famiglia Borromeo, proprietaria delle Isole davanti a Stresa, l'Isola Madre, l'Isola Bella, l'Isola dei Pescatori e due isolette minori, ha costruito la sua rocca, segno tangibile ed evidente della Signoria temporale. E, scherzo del destino, ad Arona, appena dall'altra parte del lago, visibile ad occhio nudo, la grande statua di san Carlo, detta il Carlone, con le braccia aperte ad accogliere il fedele, segno tangibile ed evidente della Signoria spirituale. Così, alle porte del lago Maggiore, risalendo il Ticino da Pavia, trovi la porta della storia, a sinistra l'uomo di chiesa, a destra il bastione signorile, che assieme proteggono e controllano tutto.

Ottobre ci sta regalando delle giornate incredibili, con temperatura così miti durante il giorno da credere stia tornando una seconda primavera. Per vari motivi sabato ci troviamo non lontano da Sesto Calende, e alla sera ci attende una festa di compleanno a Luino, quella Luino di Piero Chiara, che ormai esiste solo nei suoi libri ("La stanza del vescovo", "Il piatto piange" ad esempio). Così, invece di rientrare a Bellinzona, decidiamo di fare i turisti liberi. In programma la visita alla rocca di Angera, e all'ex-monastero Santa Caterina. Pranzo ad Angera in un ristorantino con terrazza sul lago, le montagne che quasi sembrano colline, il lago e Arona di fronte a noi, la statua del San Carlone.


Angera è una cittadina deliziosa, con un bellissimo lungolago, ben curato e ampio. Ci avviamo a piedi in direzione della rocca, che domina l'abitato dalla collinetta su cui è stata costruita.


Salendo lungo la stradina, passano due pulman francesi, e mandiamo maledizioni mentali: ci sarà casino... Arriviamo all'accesso della rocca, in effetti i francesi sono tutti li che attendono la guida.


La rocca è chiusa, così entriamo ed iniziamo la visita. Cosa dico? Beh, la rocca era chiusa alle visite, ed il custode ci informa che i francesi hanno riservato mesi prima. Per cui, noi non ci siamo, e possiamo andare. Rita ed io ringraziamo il custode, i francesi, e dentro di noi pensiamo all'incredibile fortuna? destino? premio?: mezz'ora prima, o mezz'ora dopo, e saremmo rimasti fuori, compreso se i francesi non venivano.


Tutta la struttura è molto ben tenuta, e appena entrati possiamo godere del panorama verso Sesto Calende.


La corte interna presenta caratteristiche architettoniche variabili, come se l'edifico fosse stato costruito in periodi diversi, o riammodernato successivamente, soprattutto la parte residenziale, che presenta delle belle facciate di pietra liscia. I merli, invece, sono a "coda di rondine", tipici del periodo visconteo, come si possono trovare anche al castello di Locarno.


Sulla destra, un lungo locale aperto, tipo stallaggio, e all'interno una pressa in legno del 1'600, imponente, utilizzata per spremere sia le olive che l'uva.


Ci teniamo sempre un po' avanti rispetto ai francesi, che mica vogliamo venir fagocitati dalla marea. Poi, guardando una porta, leggiamo di un museo delle bambole... Beh, orami siamo dentro, il biglietto (non) lo abbiamo pagato, bisogna far rendere l'investimento. Entriamo nei locali adibiti a museo, e ci ritroviamo catapultati indietro di centinaia di anni, con teche piene di bambole di ogni periodo, forma, grandezza, vestiti. Giocattoli dei tempi, e storia di questo gioco, fino ad arrivare alla Barbie degli anni 50. Bambole ordinarie, e bambole capolavoro. Scatto foto a tutto spiano, e imparo persino ad evitare il riflesso del flash sul vetro, e il riflesso degli oggetti. Ti propongo alcune foto, le altre le trovi nell'album, e sono veramente tante.

Questa bambola. apparentemente innocente, è una cannibale: se osservi bene il suo corpo è formato di tante bamboline...


Bambole giapponesi...


Barbie sirenetta...


La cucina per giocare, e che cucina...


La storia della ricchezza, raccontata con questi piccoli oggetti. La società del benessere non è stata caratterizzata unicamente dalla motorizzazione di massa, iniziata negli anni '50 (ahhh, la mitica 500), ma anche, e forse soprattutto, dalla bambolizzazione di massa. Mai prima le bambine, tutte le bambine, hanno potuto godere di questo gioco...

Breve pausa nel museo, usciamo nel giardino signorile. Un ulivo con le olive mature, nere, incredibile a questa latitudine.


Il giardino è splendido, suddiviso in zone: la zona con le erbe aromatiche, rosmarini che sembrano boschi, la zona con il piccolo stagno, quella per il corteggiamento, e su tutto la vista sul lago ed il panorama circostante. In questa foto, se la ingrandisci, sulla destra della parte rotonda e bianca della chiesa, puoi vedere il San Carlone, color verde oliva, che si mimetizza nella vegetazione.


La rocca vista dal giardino...


Poi ci rituffiamo nel museo, dato che il percorso è ancora lungo. Un piccolo capolavoro...


E poi, ancora bambole, trenini, fonografi, la casa della bambole, il negozio, lo studio medico... Il museo termina al primo piano, di cui si possono visitare i saloni. Passo la Sala di Giustizia, e mi incammino sulla scala che porta al sottotetto.


Da qui, fare la guardia, era un gioco da ragazzi.


Vista verso Arona...


Discesa al livello della corte interna, e breve visita ai locali che presentano i vari tipi di giardino del medioevo, da quello monastico, a quello di corte, da quello arabo a quello italiano.


Indugiamo ancora un po', ma i francesi iniziano a defluire, e non vorremo restare chiusi dentro. Così ci incamminiamo anche noi verso il lungolago, e poi all'auto.

Ci spostiamo fino Quicchio, in prossimità di Reno, non distante da Laveno. Qui si trova l'ex-monastero di Santa Caterina del Sasso, costruito a strapiombo sul lago. Il monastero è stato acquistato dalla provincia di Varese, che ne cura la manutenzione. Stanno costruendo un ascensore per facilitare l'accesso (sono solo 60 metri di dislivello, néh), e provvisoriamente è stata piazzata una serie di scale metalliche per permettere la discesa.


Qui siamo quasi all'altezza di Intra, Pallanza e Verbania (vai a visitare i giardini di Villa Taranto, se capiti da quelle parti), e possiamo ammirare il golfo di Intra, con le Isole Borromee, e in fondo le montagne che delimitano il passo del Sempione.


Il monastero è costruito su di una piccola balza di roccia che fuoriesce dalla parete principale, ad una decina di metri sopra il lago. Nella parte più larga si protende l'edificio principale, che aveva la chiesetta al pianterreno, ed i locali monastici al primo piano.


Panorama stupendo anche qui, che invita alla distensione e alla meditazione. La chiesetta, caratterizzata da una curva per seguire l'andamento della roccia, contiene la salma imbalsamata del beato Alberto Besozzi, eremita, che ha fondato la comunità.


E fuori, la parete e la porta d'accesso al monastero.


Un ultimo sguardo verso il lago, prima di iniziare la salita.


Clicka qui se vuoi vedere tutte le foto dell'escursione: ci sono decine di bambole da vedere!

Approfondimenti storici e culturali:

Le isole borromee (Wikipedia) 

San Carlo Borromeo (Wikipedia)

Il colosso di San Carlo Borromeo, detto San Carlone (Wikipedia)

La famiglia Borromeo, storia (Wikipedia)

L'eremo di Santa Caterina del Sasso (Wikipedia)

Piero Chiara, lo scrittore di Luino (Wikipedia)

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23 luglio 2009 4 23 /07 /luglio /2009 09:25

Venezia ci ha sempre affascinati: città unica nel suo genere, merita di essere visitata e rivisitata, scoprendo sempre qualcosa di nuovo. Dato che Caorle dista solo una quarantina di chilometri, decidiamo che non si può mancare l'appuntamento. Non ho voglia di tirare fuori l'auto, e dato che c'è una servizio di motonave diretto da Caorle, optiamo per questo mezzo di trasporto.

08:00 Imbarco sulla motonave, e partenza. Non ti parlerò del viaggio. Sono un "velista purista", e dover navigare su di un mezzo che si muove unicamente a motore sull'acqua per me è una mezza eresia. Mi è mancato il fruscio del vento sulla randa, il gioco d'altalena per salire l'onda, giocare con la cresta, prima di scivolare dolcemente verso la pancia, il timone vivo nelle tue mani... Andare con una barca a motore, per me, sta alla barca a vela come percorrere il passo del Lucomagno con la moto sta a percorrerlo a piedi.

10:00 Abbiamo girato attorno alla punta tra Cavallino e Punta Sabbioni (da dove arriva buona parte del materiale edile utilizzato a Venezia per l'edificazione degli edifici), e in lontananza si vede il campanile di San Marco, chiaro segno che siamo in zona.


Passiamo nel canale tra il Lido e le isole principali, e attracchiamo lungo la Riva degli Schiavoni, in prossimità del Museo Navale.


Siamo liberi fino alle 16:00... Il piano è di una semplicità incredibile: prendere il vaporetto della linea 2, che fa il giro largo passando da San Giorgio, la Giudecca, il Redentore, arriva in stazione, per tornare a piedi fino a San Marco entro l'orario stabilito, ma senza seguire il percorso turistico tipico "Stazione - ponte di Rialto - San Marco". Ho la fortuna (non il merito) di avere una bussola in testa, e per quanto tu mi possa fare pirlonare in giro, so sempre, con una precisione di +/- 15° dov'è la mia destinazione. Rita in 25 anni di matrimonio ha imparato a fidarsi di questa mia capacità, così abbiamo deciso di muoverci "all'avventura", girando per calli e campielli come capita, ma portandoci sempre più vicino a San Marco. Unico problema: Venezia, a causa della sua struttura urbanistica, presenta la difficoltà di un labirinto: la direzione può essere giusta, ma ti trovi davanti un canale che ti impedisce di passare... Così decidiamo di prendere una cartina, per trovare i ponti che ci permettano di seguire l'itinerario.

10:50 La giornata è torrida, con afa spettacolare, la meteo ha annunciato temperature record (penso si sia arrivati attorno ai 36°). Ci siamo fatti il secondo capuccino durante l'attesa del vaporetto, e ci siamo procurati le bottigliette d'acqua indispensabili. Eccoci sul vaporetto, mentre stiamo passando San Giorgio.


Una bella casa in stile parzialmente moresco...


Piccolo escursus storico (1) (ce ne saranno altri, spero di non annoiarti): da circa il 1050 fino a circa il 1450 la zona del Mediterraneo è stata un piccolo paradiso (per quei tempi). La cristianità, l'islam e l'ebraismo convivevano abbastanza tranquillamente. Dopo la spinta iniziale dalla morte di Maometto, con il tentativo da parte del mondo arabo di conquistare l'Europa tramite una strategia a tenaglia (risalendo la Spagna, rispettivamente dai Balcani), e fino alla battaglia di Poitier del 732 vinta da Carlo Martello, il mondo arabo si "tranquillizzò", e cominciò a portare verso l'Europa una serie di conoscenza matematiche (lo zero, ad esempio, proveniente dall'India), e più tardi l'algebra (dall'arabo al-gabr = completamento), conoscenze astronomiche (ad esempio lo Zenit ed il Nadir), ci regalò Aristotele che era stato perso (riferimento "Il nome della rosa" di Umberto Eco), e conoscenze di medicina. Attorno al 1050 arrivarono i Normanni in Sicilia, e si aprirono le prime università (Bologna, Salerno, Palermo) in Italia, e successivamente nel resto dell'Europa. La metà dei docenti era arabo... In Spagna città come Toledo, Saragoza e Siviglia fiorirono grazie ai commerci, alla cultura e all'interscambio tra le tre principali religioni monoteiste. Poi, attorno al 1450, successero tre fatti importanti, che sconvolsero questi equilibri: 1) il mondo arabo fu "conquistato" dai turchi, molto più aggressivi e combattivi, che riattivarono la guerra santa di conquista (arrivarono fino alle porte di Vienna nel 1780), 2) in Spagna (non ancora una nazione) Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona gettano le basi dello stato spagnolo, e vedono gli arabi e gli ebrei come dei potenziali pericoli, cacciandoli dalla Spagna, 3) la "Santa Inquisizione" prende forza (soprattutto in Spagna) eliminando tutto ciò che non è strettamente cristiano. E da qui fu tutto in discesa...

Piccolo escursus storico (2): San Tommaso è diventato santo, per aver fatto un miracolo di filosofia. Tutta la teologia cattolica si basava sugli scritti di Platone (che era conosciuto prima dell'arrivo degli arabi). L'arrivo della "Metafisica" di Aristotele mandò in pezzi la struttura di pensiero come costruita fino ad'allora. Nella sua "Summa teologica", Tommaso d'Acquino riconcilia la filosofia aristotelica con quella teologica cristiana, salvando la Chiesa. E non è stato un miracolo da poco...

Continuando nel presente, arriviamo alla chiesa del Redentore. Davanti alla stessa è pronto il ponte che domani colleghera l'isola a quella di San Marco, per la processione annuale del 18 e 19 luglio.


Piccolo escursus storico (3): la peste arrivò il primo agosto 1572 a Venezia, dopo essere partita da Costantinopoli, aver viaggiato lungo il Danubio fino a Vienna, essere ridiscesa a Triestre. Dal 1572 al 1779 uccise quasi un terzo della popolazione di Venezia, facendola scendere da circa 190'000 a circa 130'000 abitanti. La peste è causata da un batterio, lo yersinia pestis, curabile tranquillamente con la streptomicina (uno dei tanti antibiotici disponibil oggi).

Eccoci davanti al ex-mulino di Venezia, e oggi hotel Stocki. Tutta la granaglia e le farine passavano di qui.


Ed ecco invece quella che secondo me è una prigione a pagamento sull'acqua: una nave da crociera.


Una barchetta privata...


E il lato nero di Venezia: porto Marghera.


Siamo quasi arrivati alla stazione. Davanti a noi si para il ponte di Calatrava, costruito recentemente sul Canal Grande, e fonte di diatribe, preoccupazioni, spese e problemi a non finire.


11:45 Abbiamo acquistato la cartina, due nuove bottigliette d'acqua, e partiamo all'avventura. Tutti i turisti girano a sinistra, verso il ponte che porta in direzione di Rialto. Noi giriamo a destra: voglio vedere il nuovo ponte. In effetti è molto moderno, ma devo dire che mi piace. Forse ai suoi tempi, anche il ponte di Rialto fu criticato come troppo futurista...


Appena passato il ponte di Calatrava, partiamo per la tangente, e veniamo premiati da calli senza turisti.


Adagio adagio ci avviciniamo alla nostra meta, permettendoci deviazioni laterali quando vediamo qualcosa che ci incuriosisce o ci attrae. Abbiamo quattro ore per farcela, non ci sono problemi.



Edifici stupendi, gente del luogo, quasi nessun turista. Unica preoccupazione, il caldo micidiale. Cerchiamo ogni angolo di ombra per percorrere la strada, e toglierci dalla stecca diretta.


Girando a questo modo, mi accorgo che Venezia è una città verde. Ovunque si vedono alberi e giardini, sulle piazze, dai muretti, e dalle corti interne spuntano verso l'alto alberi e arbusti. E' un volto di cui non mi ero accorto nelle visite precedenti,



12:15 Arriviamo in una bella piazzetta, ci comperiamo nuovamente acqua e due banane.


Poco oltre, un ortolano con il suo negozio ambulante.


Oggi, e per un giorno, Venezia è nostra. Grazie al percorso "inusuale", e complici il gran caldo e l'ora del pasto, Venezia ci offre il suo spettacolo, solo a noi.




12:30 Ci tocca... Ci tocca passare il ponte di Rialto. Siamo arrivati al Canal Grande, e per continuare dobbiamo andare di là. Potremmo prendere il vaporetto, oppure usufruire del servizio di traghetto offerto dalle gondole (per una convezione tra il comune ed i gondolieri, questi devono fare, a turno, servizio di traghetto nei punti distanti dai ponti, a prezzo modico). Ma preferiamo rituffarci nelle calli, e facendomi guidare dal mio istinto arrivare fino al Rialto.


Ed ecco il "dottore della peste". Il lungo becco era l'antesignano della moderna maschera a gas: al suo interno venivano posti essenze, profumi ed erbe che dovevano impedire di contrarre il morbo quando il medico si occupava degli ammalati. In realtà non è che servisse molto, ma sicuramente dava coraggio ai cerusici.


Piccolo escursus storico (4): circa il 10% degli ammalati di peste guariva (gli altri morivano). Dato che la peste è prevalentemente una malattia polmonare e delle vie respiratorie, durante la fase di guarigione il malato starnutiva spesso e volentieri. Lo starnuto era indice di guarigione, e da lì è nato l'augurio "Salute", quando uno starnutisce.

Piccolo escursus storico (5): gli auguri, nella Roma antica, erano dei sacerdoti incaricati di trarre gli "auspici" (predizione del risultato degli eventi futuri), osservando il volo degli uccelli, le interioria di animali sacrificati, e altro ancora. Un buon auspicio portava bene, un cattivo auspicio portava male. I romani erano maledettamente superstizioni (accettavano le divinità delle altre popolazioni e religioni perché temevano che magari si sarebbero incattivite contro i romani, se non ossequiate adeguatamente), tanto che Scipione l'Africano (vincitore della battaglia di Zama contro Annibale), sbarcando dalla nave mise il piede in fallo, e riuscì a salvarsi dalla caduta in acqua per miracolo. Esclamò "Africa, ti tengo", con notevole presenza di spirito. Se non lo avesse fatto, i suoi soldati sarebbero morti di terrore per il cattivo augurio rappresentato dalla caduta.

Piccolo escursus storico (6, e ultimo, spero): nella battaglia di Zama, Scipione mise le sue centurie disposte a caselle di scacchiera. Quando gli elefanti di Annibale caricarono, le centurie si riallinearono, creando dei corridoi vuoti, all'interno dei quali passarono gli elefanti. A questo punto, da lato e da tergo, i romani poterono abbattere gli elefanti, con poche perdite, e ridurre così l'effetto devastante della carica cartaginese. Le centurie (100 uomini) erano comandate da un centurione, che oggi avrebbe il grado militare di maggiore (mica uno scherzo). Di conseguenza, la legione da un legionario (1000 uomini), e oggi sarebbe un colonnello. Il manipolo (5 uomini, tanti quante le dita di una mano), da un caporale... Ahooo, basta.

Passiamo davanti alla sede principale dell'università. In giro studenti, alcuni in fase di contestazione che lanciano ingiurie cantate, in rima baciata, ad un professore... Non so di cosa sia colpevole, ma le studentesse (sono in prevalenza ragazze) ci si impegnano.


E poi, la sede dei vigili del fuoco.


Non tutto è curato, a Venezia. Ma te ne puoi accorgere solo se non fai il turista...


12:55 Ecco la casa di Carlo Goldoni: è quella che fa angolo.


13:00 Apro la cartina, dico a Rita "siamo circa qui". Chiediamo ad un passante... Urca, ho sbagliato di 50 metri. Sicuramente colpa della fame. Ci imboschiamo in una trattoria, evitando con cura tutte quelle che propongono il menu turistico. Sarà la fortuna, sarà il caso, finiamo in un ristorantino "Al Ponte", piccolo, con poco spazio. La prima impressione non è buona. Ordiniamo un risotto ai frutti di mare, per restare leggeri. E il risotto viene cucinato al momento: 20 minuti di attesa. Ottimo, ben preparato, e saporito. Il conto è ovviamente un po' più alto che con il menu turistico, ma il palato ringrazia. Il ristorantino viene messo sulla lista verde.

14:10 Siamo partiti da due ore mezzo dalla stazione, e non siamo ancora al Rialto: questo è un successo. Ma inevitabilmente bisogna arrivarci. Prendiamo il giro largo, evitando turisti di tutte le nazionalità, e godendoci altri angolini nascosti.



14:45 Eccoci. Dai, l'ho fotografato, eccolo.


Ma se noti, siamo già partiti per la tangente nuovamente. La strada diretta continua dritta, appena scesi abbiamo svoltato a destra. Continuiamo il nostro itinerario semi-casuale, e incontriamo un portone con due pavoni intrecciati: splendido lavoro.


Ormai il tempo sta scadendo, ma ci avviciniamo a San Marco per la via più lenta.


15:15 Arrivati a San Marco. Dai, foto del campanile, del palazzo ducale e della chiesa.




Ci incamminiamo lungo la Riva degli Schiavoni per tornare al punto di ritrovo. Il sole qui picchia da non credere, si suda solo a pensare. Mezzo litro d'acqua a testa subito, e mezzo litro di riserva per il rientro.

16:10 Partiti. Cioé, il corpo è partito, ma lo spirito è ancora là. Questo non mi impedisce di vedere un panfilo privato, con tanto di elicottero a bordo. Fa riflettere pensare che ci sono delle persone che hanno così tanti soldi da potersi permettere un gingillo del genere, e che non riflettano sull'etica della proprietà.


Naviagione senza storia... Ripassiamo Punta Sabbioni, Cavallino, Lido di Jesolo, e arriviamo a Caorle alle 18:15.

Clicka qui se vuoi vedere tutte le foto che ho scattato a Venezia.

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20 luglio 2009 1 20 /07 /luglio /2009 20:40

"Un autunno di giornate splendide, di brevissime piogge che lasciano il cielo più terso di prima e accendono di arcobaleno il collo e la testa dei germani reali e dei codoni che si alzano all'improvviso dai canneti verso spazi che sembrano eterni. I silenzi sono dolcissimi. I rumori sono quelli di un cefalo che qua e là guizza a mezz'aria e ricade nell'acqua, del fruscio delle foglie appena mosse dal vento, del richiamo degli uccelli migratori che arrivano dopo un lungo viaggio dai Paesi dell'Est e scendono con larghe volute sulla laguna di Caorle rimasta antica nei suoi umori e nel sapore della vita." (Ernest Hemingway, "Di là dal fiume e tra gli alberi ", 1948)

Siamo a Caorle per una settimana di vacanza al mare, prima di rituffarci sulle montagne... Non possiamo mancare l'occasione di andare a visitare a piedi la laguna di Caorle, posta tra la stessa e Bibione, tanto amata da Hemingway, che le dedicò alcune bellissime pagine nel suo libro "Di là dal fiume e tra gli alberi", pubblicato in America nel 1950, e in Italia nel 1965 a cura della Arnoldo Mondadori Editore.

La laguna dista circa 2 chilometri dal centro di Caorle. L'hotel in cui siamo alloggiati (ottimo, te lo consiglio, il Cleofe) mette a disposizione delle biciclette. Rita ed io decidiamo di alzarci presto, e arrivare fino all'inizio del sentiero con la bici, per immergerci poi nella natura della laguna, con la speranza di incontrare una cicogna, che qui soggiornano.

08:15 Partenza con la bici. Percorriamo il lungomare di Levante fino ad uscire da Caorle, e in un attimo ci troviamo nella splendida campagna veneta. Percorriamo la pista ciclabile, in lontananza i casolari tipici.


Sulla destra il bordo della laguna. La vegetazione è folta, con canneti. Lungo la via incontriamo i primi "casoni", strutture abitative utilizzate un tempo dai pescatori. Sono composte da un unico locale, camino al centro senza canna fumaria, in cui la famiglia del pescatore risiedeva per due-tre mesi all'anno, durante i periodi più redditizi per la pesca (soprattutto anguille e branzini).

 


Ogni pochi anni bisogna rifare tutto il tetto, composto di canne essicate, appoggiate su di un graticcio legnoso. E se vien la grandine, bisogna intervenire subito. Ernest usciva sulla laguna a caccia con questi uomini, pescatori, semplici e senza pretese, che forse forse gli hanno ispirato un poco il personaggio di "Il vecchio e il mare".

08:45 Arriviamo alla fine della pista ciclabile, deponiamo i mezzi di locomozione, e ci avventuriamo sul sentiero. L'entrata è marcata quasi come le porte dell'inferno dantesco, con cartelli che mettono subito in chiaro come stanno le cose.


Ci addentriamo lungo il percorso che congiunge tutti i vari casoni della zona. Ovunque indizi che gli stessi sono utilizzati di frequente, e che qualcuno se ne occupa attivamente. Troviamo allevamenti di cigni e di papere, galli, galline e conigli.


Tutto perfetto, sembra un giardino inglese. Ma dov'è l'anima? Il vecchio si unisce al nuovo, persino in un cancello arrugginito, ma con il chiavistello nuovissimo.


09:30 Arriviamo in fondo al sentiero, gli ultimi due o tre casoni. Qui vi sono alcune persone, quasi scocciate della nostra presenza. Probabilmente sono pescatori veri, che vivono ancora di questa attività, catturando "mazanete" (piccoli di granchio il cui carapace non è ancora indurito, e che si possono mangiare per intero, assieme alla polenta), pesce popolo (specie di piccole sardine, vengono fritte dopo essere state infarinate) e anguille. Attorno i segni della pesca recente, e barche ben tenute.


E segni di altri tempi: la stadera, vecchio tipo di bilancia, portatile, e origine di tante discussioni (da cui "il piatto piange", per indicare che la quantità posta sul piatto era troppo piccola), e di pesi truccati a favore del venditore.


La laguna è splendida, l'acqua per niente stagnante, non ci sono quasi insetti in circolazione. Vediamo altri casoni posti su di un isolotto, raggiungibile unicamente con una barca: avrei dovuto noleggiare un natante, non venire a piedi...


Iniziamo la marcia di rientro, con un po' di amaro in bocca. Lungo l'argine vedo tre sedie, vuote, e immagino i tre amici, la domenica pomeriggio, fumare la pipa e guardare la laguna, che qui pare quasi un fiume, e raccontarsi i loro ricordi, sempre gli stessi, tra "un'ombretta" e una "scniappa"...


10:00 Un signore, sulla sessantina, ci ferma mentre passiamo dal suo casone. Ci invita a vederne l'interno, e sembra ben disposto. Accetto volentieri l'invito, non osavo chiedere. L'interno è frugale ed essenziale, con il centro del casone dominato dal focolare, per cucinare e scaldare durante i periodi freddi. Poco arredamento, il pavimento rifatto in cemento (una volta era in terra battuta).



Il signore, gentilissimo, ci spiega tutto, ma sembra una tiritera trita e ritrita. In effetti, ci dà un opuscolo con la pubblicità di un giro in motonave nella laguna, tra i "paesaggi di Hemingway", con fermata alla trattoria (pranzo non incluso) organizzata appositamente. Gentilmente rispondo che vedremo... Poi, ultima ferita, la frase pubblicitaria: "Eh si, proprio posti meravigliosi questi, del grande pittore Hemingway". Taccio, e faccio la faccia di bronzo, per non lasciar trapelare niente. Penso che Ernest stia facendo la trottola nella tomba.

Usciamo, e ci incamminiamo verso il parcheggio delle biciclette. Un cigno, con una zampa rotta, mi osserva e penso che siamo messi male entrambi. Ripercorriamo all'indietro la strada dell'andata, sotto il sole che ormai batte forte.


"Quattro barche risalivano il canale principale verso la grande laguna a nord... Spuntò l'alba prima che giungessero alla botte di doghe di quercia immersa nel fondo della laguna... Il cacciatore... scese nella botte e il barcaiolo gli porse i due fucili... Ora c'era più luce, e il cacciatore riuscì a vedere il contorno basso della punta di là della laguna... più oltre c'era ancora palude ed infine il mare aperto... Osservò il cielo rischiararsi oltre il lungo margine della palude e vide in lontananza le montagne coperte di neve. Il colonnello udì uno sparo alle spalle dove sapeva che non c'erano appostamenti e voltò il capo a guardare di là dalla laguna gelata la lontana spiaggia coperta di falasco." (Ernest Hemingway, "Di là dal fiume e tra gli alberi ", 1948)

Clicka qui se vuoi vedere tutte le foto, comprese quelle scattate a Caorle nel pomeriggio.

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Geolocalizzazione: Svizzera, Ticino, Sopraceneri, Sottoceneri, Leventina, Bedretto, Blenio, Riviera, Mesolcina, Calanca, Maggia, Verzasca, Onsernone, Muggio, Bellinzonese, Locarnese, Luganese, Mendrisiotto 

 

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